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ANDREA MARCOLONGO / La lingua geniale

STEPHEN KING / It
18 maggio 2017
Dunkirk
26 settembre 2017

La parola che ci abita parla greco


H o tenuto La lingua geniale di Andrea Marcolongo sul leggio della scrivania per mesi, gustandolo un po’ alla volta: non volevo che finisse. Non è un romanzo eppure ha il respiro della narrazione, quella che ti fa ondeggiare come su una barca: sai che stai scoprendo una nuova rotta, anche se in realtà quella rotta era da sempre dentro di te.

È stato un piacere navigare con La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco di Andrea Marcolongo. E lo sarà ogni volta che si vorrà tornare a capire le sfumature di una lingua che ha plasmato il nostro modo di intendere le cose. Una talassoterapia greca alla quale da tempo volevo sottopormi, perché da ex studente di liceo scientifico covavo da sempre l’invidia latina per chi se n’è uscito dal classico con il greco dentro la testa; sì, è come se a noi “latini scientifici” mancasse qualcosa.

Q uel qualcosa è proprio la lingua greca che in 150 pagine la grecista Andrea Marcolongo ci fa scoprire in maniera chiara e affascinante. Entriamo con lei dentro un mondo fatto di suoni dei quali possiamo soltanto immaginare quale fosse la pronuncia, giacché di essi abbiamo perduto quella melodia fatta di accenti, intonazione, spiriti che ne definivano il ritmo.

Corriamo tra le pagine del libro come se un’insegnante ci avesse preso per mano e ci mostrasse, fra gli antichi resti, che cos’era quella civiltà grandiosa che chiamiamo Grecia. Gli aspetti tecnici della lingua diventano così un mezzo per immergerci nella grecità, assecondando le digressioni storiche e le spiegazioni che nel libro si dispiegano sempre da una piccola parola.

Impariamo a essere (di nuovo) greci, a comprendere come le lingue si siano modificate nel corso del tempo, come il greco abbia per lungo tempo cementato le relazioni fra la gente e come poi – sotto la pressione di un impero troppo vasto – sia riuscito a conservarsi restando avvinghiato al passato. La pervicacia del greco e allo stesso tempo la plasticità delle sue forme: quelle conservate e quelle perdute (l’ottativo per il desiderio, il neutro, il duale).

 

“Sono invece certa che lo studio del greco contribuisca a sviluppare il talento di vivere, di amare e di faticare, di scegliere e di assumersi la responsabilità di successi e di fallimenti. E contribuisce a saper godere delle cose anche se non tutto è perfetto”.

Lo grecista Andrea Marcolongo (1987)


 

G ià, il duale. Per chi non lo conosceva è come il primo amore: spacca il cuore. Il duale è un’aritmia emozionale che avrebbe meritato un’ode scritta da Pablo Neruda. Qualcosa di unico che possedeva solo il greco antico e – come dice Andrea Marcolongo nel libro – “era un modo di contare il mondo”, ma un modo che va oltre il bisogno matematico, qualcosa che serviva a misurare le relazioni tra le cose e le persone.

La lingua geniale è un sipario aperto su una lingua che, anche per chi non l’ha studiata, è nostalgia (parola di derivazione greca); è quel dolore del ritorno che ci dà al contempo una sensazione di piacere. Perché è come tornare a casa, lì dove tutto è più chiaro. Ce lo ricorda all’inizio del libro Andrea, citando Virginia Woolf: “è al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione; e della nostra epoca”.L a sicurezza di potere sempre fare affidamento su una lingua geniale.