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STEPHEN KING / It

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It è un magico viaggio dentro le nostre paure


I nfanzia e magia sono i doni di It. Vibrano impazienti nelle sue pagine per poter coinvolgere il prossimo lettore, al di là dell’etichetta che compare su scaffali di biblioteche e librerie: horror.

Sì, perché It è molto più di un romanzo di genere. Non c’è solo l’angoscia di dover affrontare le diverse forme delle nostre paure, ma anche il piacere di riuscire a tornare all’età perduta della nostra infanzia, quando ogni cosa è possibile soltanto perché possiamo immaginarla. Siamo trascinati da Stephen King in quello splendido mistero-delle-prime-volte che non conosce differenze di latitudine. Il romanzo è un incredibile congegno la cui forza è direttamente proporzionale all’età alla quale è letto: più vecchi siamo, più potente sarà il suo effetto. Più si ha consapevolezza del tempo passato, più esso tornerà a darci il piacere assoluto della nostalgia.

N ostalgia senz’accezione negativa ma nella sua cristallina etimologia: dolore del ritorno. Perché può fare male tornare a casa, ma è lì che tutto iniziò. Ed è lì che torniamo insieme ai protagonisti di It. Derry è la loro casa, dove il Club dei perdenti si riunisce, abbandonando le proprie vite adulte per il tempo necessario a riparare la città e riparare se stessi. Lì sono chiamati dall’unico che vi è sempre rimasto, dal bibliotecario Mike Hanlon.

Mikey, uno dei tanti personaggi creati da Stephen King, autentico mago della caratterizzazione. I personaggi sono la forza di tutti i suoi romanzi. E sono superlativi in It, probabilmente il suo irripetibile capolavoro. King sa renderli con una sottile perfezione, quasi potessimo vederli davanti a noi in ogni momento: nei loro tic, nel loro modo di parlare, di camminare, di gesticolare. Li possiamo toccare, odorare, sentire. E quando arriviamo alla fine di quelle 1.200 pagine, possiamo portarli sempre con noi. Ecco come avviene la vera magia della storia: con i personaggi che escono dalla carta e se ne vanno con noi. Viene in mente Eduardo De Filippo: “Saprai che una commedia è riuscita, quando vedrai i personaggi uscire da teatro sotto braccio agli spettatori”.

Usciamo insieme a tutti quelli che compaiono dentro It: Big Bill, Eddie Kaspbrak, Richie Tozier, Ben Hanscom, Stan Uris, Mike Hanlon, Beverly Marsh. Usciamo con Pennywise. E con tutti i morti e i sopravvissuti di Derry. Saranno sempre con noi. E lo saranno grazie all’atmosfera che Stephen King diluisce nei loro caratteri. Perché non basta saper scrivere (e Stephen King dimostra di conoscere alla perfezione la materia), ma bisogna sprofondare il lettore dentro la storia, come se non ci fosse nient’altro che quella.

 

“Vedere la forma era lo stesso che conoscere il segreto. Era un’assimilazione applicabile anche al potere? Forse. Non era infatti vero che il potere, come It era multiforme? Era un neonato che piange nel cuore della notte, era una bomba atomica, era un proiettile d’argento, era il modo in cui Beverley guardava Bill e il modo in cui Bill guardava Beverley. Che cos’era dunque, in realtà, il potere?”

Lo scrittore Stephen King (Portland, 21 settembre 1947)

L'originale della copertina di

La copertina originale del romanzo


 

S tephen King è il narratore che padroneggia la scrittura e la struttura. Cinque parti, ventiquattro capitoli e innumerevoli paragrafi, che possono stare compressi in una pagina o arrivare a coprirne anche venti. Tutto predisposto secondo un meccanismo narrativo di continue andate e ritorni, che asseconda il flusso del racconto così com’è stato trascritto da Mike Hanlon in quel diario che inizia a scrivere nel 1985, quando It-clown torna a manifestarsi secondo un ciclo di ventotto anni che si ripete da sempre nella cittadina di Derry.

E ci troviamo a scorrere le pagine inseguendo la storia sulle onde di una lingua che non intende essere raffinata, ma nel suo mescolarsi di parole di tutti i giorni e intense digressioni ci sbatte in quell’angolo di Maine dove tutto ha inizio un pomeriggio d’autunno del 1957. Lì, quando il piccolo Georgie con la sua mantellina gialla insegue una barchetta di carta portata dalla corrente di una cupa alluvione che investe Derry. Quando George Denbrough incontra It, quando viene ucciso da It, quando innesca la ricerca che ci accompagnerà per oltre un migliaio di pagine. La ricerca di un Male che attanaglia Derry (e il mondo) dacché l’uomo ha memoria.

Un frame tratto dal film It in uscita a settembre 2017


 

S prezzanti del pericolo i sette ragazzini (e gli adulti che sono diventati) si decidono a risolvere per sempre la contesa con quel maligno che assedia Derry, emergendo dai suoi bui, maleodoranti, putrescenti sotterranei. Sprezzante del pericolo è anche Stephen King nel trovare soluzioni formali che diventano atmosfera: le parole isolate tra parentesi a segnare i pensieri non detti, quelle sospese che si saldano nel paragrafo successivo o magari si completano più in là, mentre il montaggio alternato procede per conto suo in un’altra dimensione temporale.

Così corriamo, ci sporchiamo, sfrecciamo su biciclette, ci spaventiamo, amiamo, giuriamo, scopriamo di essere vivi insieme ai ragazzini che King ci mette di fronte. Soprattutto, capiamo che possiamo essere adulti e ricordare comunque “che non si può stare attenti su uno skateboard”. Leggiamo e viviamo due volte, capaci con It di andare oltre la forma per lasciarci trasportare dalla corrente di una storia.

E a ben vedere tutto stava già nell’epigrafe d’apertura con cui Stephen King introduce It: “Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste”.