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THE OA | Il folle potere dei cantastorie

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Il folle potere dei cantastorie


M a che roba è The OA? Come diavolo si fa a intitolare una serie tv con due sole lettere? Che cosa vuol dire? Si può spiegare? Oddio, proprio spiegare spiegare no. Magari piegare, non come Valentino Rossi ma come quando si riduce un foglio a uno spesso quadratino di carta. Piegare la serie ideata da Brit Marling e Zal Batmanglij, ecco, questo si può fare.

Dunque, piegando la storia sino a confonderne i segni l’uno sull’altro non facciamo che fare una cosa: dimenticarci della trama. Bello come inizio, no? Benedetta sia Brit Marling, autrice e protagonista di The OA e già figlia integerrima di un milionario (Richard Gere) che truccava i conti della propria azienda nel film del 2012 La frode.

Benedetto sia anche Zal Batmanglij per l’idea di fondo di una serie che ci lascia afferrare momenti, annullando il peso specifico della trama. Così The OA sfugge come un’anguilla a qualsiasi classificazione, sfidando chi l’abbia vista nel riuscire ad appioppargli un genere e riassumerne la storia.

 

T he OA confonde e ci lascia interdetti; ma se riusciamo a dimenticare la sovrastruttura narrativa, tutto si risolve. Come bere una rinfrescante aranciata dopo una corsetta sotto il sole di Palm Springs o di Gioiosa Marea, fa lo stesso (quasi). Comunque, la trama non è più importante se sappiamo di arrivare all’agognata spremuta (che siamo in California o nella provincia messinese).

Dunque, se siamo riusciti ad adottare questa prospettiva, allora The OA è la serie che aspettavamo da tempo, quella che può iniziare con la verticale ripresa sfuocata di uno smartphone a inquadrare in presa diretta il tentativo di suicidio di Prairie Johnson (Brit Marling) mentre si getta giù da un ponte. E con lei siamo pronti a tuffarci per sapere di quando, sette anni prima, se ne andò dalla casa dei suoi genitori adottivi, e di come ora, da un letto d’ospedale, non li riconosca più. Perché prima era cieca e adesso vede.

Questa è la prima evidente metafora di un percorso narrativo che vuole letteralmente aprirci gli occhi sul mai tentato. Vuole svelarci che cos’è accaduto in quel lasso di tempo lungo sette anni, vuole dirci chi è veramente Prairie Johnson, ma vuole farlo azzardando sul terreno delle metafore, questi meccanismi con cui trasferiamo i concetti in modo da riuscire a vedere più chiaramente.

 

È la prima evidente metafora di un percorso narrativo che vuole letteralmente aprirci gli occhi sul mai tentato. Vuole svelarci che cos’è accaduto in quel lasso di tempo lungo sette anni e dirci chi è veramente Prairie Johnson. Le atmosfere sono quelle da provincia americana sfilacciata nei rapporti interpersonali, fatta di quartieri che non riescono a diventare comunità, sempre in bilico tra cielo livido e notti di solitudine.

In quelle notti però Prairie riuscirà a coinvolgere quattro studenti e un’insegnante per raccontare la sua storia. Li convincerà a fidarsi, sospendendo la loro (e la nostra) incredulità. Ogni cosa che accadrà ci farà vacillare: una bambina figlia di un magnate russo rimasto vedovo, un incidente, la perdita della vista, l’affidamento a una zia in America, l’adozione da parte dei Johnson, l’ossessiva ricerca del padre in spazi dell’aldilà (qui qualche spettatore potrebbe aver deciso che era troppo), continue premonizioni, l’incontro con lo scienziato Hap / Jason Isaacs che vuole capire che cosa succede quando il corpo muore (qualcun altro potrebbe aver spento), Hap che diventa carceriere di Prairie e di altre quattro persone ‘speciali’ come lei, l’infatuazione per Homer, una coreografia angelica da parte dei cinque inventata per liberarsi dalla prigionia (ormai sui divani saranno rimasti in pochi), la convinzione di poter riparare il mondo come accadde nel capolavoro di Richard Kelly Donnie Darko.

 

S ino al finale (niente spoiler) che arriva liberatorio per i (pochi?) che hanno accettato il gioco fino alla fine. In fondo, a volte bastano i simboli, la capacità di evocare, suggerire, ascoltare perché una storia diventi nostra. Basta credere al potere di chi sa raccontare. The OA ci è riuscita.