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JAMES GRAHAM BALLARD / Il condominio

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La civiltà si spegne al quarantesimo piano


I nquietudine, disturbo, ribrezzo. Ecco quello che si prova immergendosi nei romanzi di James Graham Ballard. Eppure, quella sensazione che ci calamita verso il distacco è controbilanciata da un’attrazione inspiegabile per la storia narrata. È come se volessimo affondare nelle crepe aperte dallo scrittore, nelle voragini delle ferite aperte, nelle cicatrici ancora sanguinanti, attratti dalla nostra insopprimibile natura di voyeur.

Così, ci lasciamo risucchiare in questa storia ambientata in un grattacielo all’avanguardia, dotato di comfort che rendono la vita dei residenti piacevole e invidiabile. Siamo dentro al Condominio, romanzo del 1975 uscito in perfetta assonanza con i due precedenti testi narrativi di Ballard: Crash e L’isola di cemento. Anzi, pare l’ideale completamento di un percorso che si aggira negli insopportabili interstizi di un’umanità accartocciata come lamiera, dimenticata nell’ombra di se stessa, isolata nelle vertigini dell’autocompiacimento.

D entro al Condominio tornano a imperare le ossessioni di Ballard per il corpo e gli istinti che governano l’uomo: sesso, potere, violenza. Già l’incipit ci avvisa delle perversioni che quei quaranta piani nel centro di Londra nascondono sotto la loro superficie luccicante: “Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti”.

Frastornati da un inizio che ha in nuce il distopico epilogo del racconto, procediamo per scoprire come diavolo si sia potuti arrivare a quella situazione. Come il dottor Laing, neoassunto al dipartimento di Fisiologia della Facoltà di Medicina, nel volgere di 180 pagine sia potuto arrivare lassù a gustarsi beatamente un pasto canino mentre guarda il buio rapire gli altri cinque palazzi che compongono l’ultramoderno complesso residenziale.

Proprio la mancanza di elettricità aveva dato il via al mutare dell’ordine costituito all’interno del condominio. Un cortocircuito della civiltà che isola i suoi abitanti dal resto del mondo, che ne fagocita gli abiti sociali, esaltando la natura ferina dell’animo umano e mettendo a nudo le violenze represse di ciascuno. Divenendo la più perfetta metafora della degradazione civile dei suoi abitanti.

 

“Ma è un errore pensare che stiamo tutti spostandoci verso uno stato di felice primitivismo. Qui il modello non sembra essere il buon selvaggio, piuttosto, direi, il nostro sé post-freudiano e nient’affatto innocente”

Lo scrittore James Graham Ballard (Shanghai, 15 novembre 1930 – Shepperton, 19 aprile 2009)

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La copertina originale del romanzo


 

I n quella “comunità di duemila persone inscatolate nel cielo” il piano abitato è il parossistico riflesso di una casta d’appartenenza: più si sale, più si acuisce la gerarchia sociale. Le divisioni portano allo scontro, gli scontri accendono rivalse, le rivalse scatenano il caos. E nella baruffa di un’esistenza condominiale che diventa sopravvivenza, la missione di Robert Laing è riuscire a salire dal suo 25° piano sino all’attico al 40° dove risiede uno dei progettisti del complesso residenziale: l’architetto Anthony Royal.

Ogni morale decade all’interno di un’architettura abitativa più simile al “diagramma inconscio di un misterioso accadimento chimico”. Ogni legame si sfibra, come tessuti in decomposizione all’interno di un condominio che ha l’autonomia di un organismo a sé stante, fatto di un suo tempo interiore non compromettibile con quello del mondo esterno. Così, la salita diventa una regressione a uno stato primitivo. Non c’è più comunità, quindi non c’è più legge.

James G. Ballard sa attirarci, confonderci e trasformarci in uno dei tanti reietti che nel romanzo agiscono come fossero mossi da un pilota automatico, all’interno di un incubo regolato dal “meccanismo sopito della disgregazione e dell’ostilità”. Niente si nasconde alla nostra vista, tutto è esibito. E tutto ha l’odore della putredine di legami umani disfatti.