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LOST | L’isola che ci ha cambiato

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L’isola che ci ha cambiato


C’ è un mondo prima di Lost e un mondo dopo Lost. Uno spartiacque che nel campo lungo della televisione è come l’asticella zero tra prima e dopo Cristo. Lost è diventato un termine di riferimento, un confine che ha segnato i tempi e reso esperta la nostra seriale tele-visione.

Siamo cresciuti con la serialità, siamo plasmati dalla serialità. Le nostre stesse vite sono puntate di un telefilm (come si diceva nel tempo Giurassico del XX secolo), giacché ogni giorno ricominciamo lì dove abbiamo terminato la sera precedente: dalla dissolvenza al nero. Ma niente di quello che ci è passato dinanzi agli occhi attraverso il cavo del nostro televisore, niente è stato come Lost: uno scarto epocale nella stessa fruizione multimediale da parte del pubblico di tutto il mondo.

Era il 2004 quando l’episodio pilota di Lost veniva messo in onda dalla rete americana ABC. Ed era l’anno in cui (sempre negli U.S.A.) nasceva uno strumento che di lì a pochi anni avrebbe cambiato il volto del mondo e le nostre abitudini quotidiane: Facebook. Il germe del social networking e – qui in Italia – l’anno in cui cominciammo a scoprire con maggiore intensità i poteri della banda larga. Proprio la commistione tra i due mezzi (televisione e Internet) ha cambiato il modo di concepire e vivere la serialità.

 

P alombari digitali. Così ci ha cambiato Lost: nella maniera di essere dentro uno spettacolo televisivo. È stato il racconto che ha fatto da pioniere e senza il quale non avremmo mai avuto 24, Mad Men, House of Cards, Breaking Bad, The Wire, Game of Thrones, Westworld. È mutato il nostro habitus di telespettatori, perché Lost ha inaugurato il dibattito in rete, facendo nascere spazi di discussione online. Mentre la storia di Lost procedeva, il mondo correva nel suo compulsivo editing sociale, nel commentare ogni cosa subito dopo che avveniva. Lost ha generato interpretazioni di ciò che accadeva sull’isola. Ogni settimana successiva alla messa in onda dell’ultima puntata era una settimana di discussioni, predizioni, congetture, ipotesi. Come accade(va) in Italia dopo la domenica di calcio, quando per una settimana intera la gente che si ritrovava al bar forniva la propria opinione su tutto quanto era successo sui campi, vivisezionando le partite, calandosi nei panni di tanti allenatori e discutendone le scelte. Con l’unica differenza che il discorso per Lost non era un mero esercizio di prevalenza d’opinioni, ma un autentico allenamento all’autorialità.

Lost ha trasformato gli spettatori in tanti piccoli autori, ha sollevato un’ondata d’idee collaterali che hanno arricchito via via il plot narrativo. Sono nati blog, forum, community intorno a un fenomeno letterario che ha trasformato la passività in attività. Talvolta le discussioni possono essere state anche punti d’appoggio e termometro per gli stessi sceneggiatori nella caratterizzazione e nello sviluppo dei personaggi. Un nutriente virtuale che la produzione ha deciso di mantenere vivo più che mai con le più svariate tecniche di crossmedialità.

 

La creazione di The Lost Experience da vivere nelle pause tra una stagione e l’altra attraverso quelli che rispondono all’acronimo ARG (Alternate Reality Game), ossia esperienze di interazione online che indagano diversi aspetti della serie (Find 815, Dharma Wants You, The Lost University i titoli scelti per questi inframmezzi digitali). Internet ha cambiato le regole della comunicazione e queste forme di marketing virale ne sono l’evidente incarnazione. Così come il fenomeno del downloading (spesso selvaggio e illegale) in tutto il mondo, perché si riuscisse a stare al passo con il ritmo della messa in onda americana e si potesse poi alimentare la discussione online senza incorrere negli inevitabili spoiler di chi già aveva assistito alle puntate. La creazione di Lostpedia, enciclopedia ispirata a Wikipedia nella quale veniva riunito tutto quanto accadeva nella serie. Decine di trasmissioni radio e spazi nei maggiori talk-show americani. Infine, entro il confine statunitense, la trovata dei mobisodes, ossia episodi concepiti per la telefonia mobile (da noi l’uso degli smartphone era ancora di là da venire): episodi di pochi minuti riuniti sotto il titolo di Missing Pieces e con cui perlustrare frammenti narrativi esclusi dalla messa in onda ufficiale. Piccoli dolcetti per la fame dei fan.

 

L ost ha avvicinato al mondo delle serie tv americane gente che amava il cinema, la televisione ma non necessariamente la serialità. Lost ha aperto una strada e fatto la storia. L’ha fatto non soltanto a livello tecnico, ma anche e soprattutto sotto il profilo narrativo. Sotto l’abile penna di J.J. Abrams (autore dell’acclamato Alias) e del giovane Damon Lindelof, ha aperto il vaso di Pandora delle possibilità narrative. Ha disegnato una storia intrisa di mistero, questioni filosofiche, ragionamenti scientifici, aspetti spirituali. Ha rivestito l’isola di un corollario di domande, ricordandoci che siamo scopritori, che le risposte dobbiamo andare a cercarle, che talvolta non sono quelle che avremmo sperato di trovare, che spesso non avremmo voluto conoscerle, che quasi sempre non sono nemmeno risposte. Lost ci ha interrogato e riempito di suggestioni che sono entrate di diritto nell’immaginario collettivo sin dalla prima inquadratura.

Lost è stata una serie concepita per la tv, vivificata dalla rete Internet e capace di incidere con vigore nella realtà. Il potere dell’immaginazione che sa addirittura modificare la realtà, intervenendo a tal punto sull’immaginario della gente da fare spostare il tradizionale “Discorso sullo stato dell’Unione” da parte del presidente Barack Obama; un discorso che era stato previsto per il 2 febbraio 2010, data coincidente con la messa in onda della prima puntata della sesta stagione. Lost è stata un’esperienza immersiva a livello globale e particolare, come fossimo stati seduti sul nostro divano per sei anni in quell’isola. Ogni settimana pronti a fare congetture e interrogarci sui misteri nascosti dentro la trama.

Questo è il livello più profondo con cui l’isola ci ha cambiato, il livello al quale chiediamo di essere trasportati da qualsiasi opera letteraria, al di là del mezzo che la veicola. Quante teorie si sono accavallate, quante impressioni si sono affastellate, quante storie si sono accalcate sulla riva di quell’isola. È come se il meccanismo segreto che la faceva scomparire e che modificava le coordinate dello spazio-tempo avesse inciso sull’accelerazione del nostro tempo. Come se da quel luogo remoto dell’immaginazione si fosse aperto un portale sulla nostra realtà di abitatori di un presente in fuga sempre più veloce da se stesso. Perché nel tempo in cui l’enigma s’è svelato (un arco di tempo lungo sei anni, dal 2004 al 2010) e ha lasciato i suoi strascichi nelle nostre teste, il mondo tutt’intorno è cambiato. L’universo di spettatori è cambiato. E l’ha cambiato anche Lost.

 

T anti minuscoli frammenti. Lost ci ha cambiati con una consequenzialità che è soltanto la necessità di un prodotto seriale: infatti, ogni puntata ha un tono diverso e mette a fuoco un personaggio diverso. A dirci che, nonostante alcune figure emergano più di altre, ciascuno avrà un ruolo determinante. Che insomma questa è un’opera corale, che non c’è un protagonista che spicca sugli altri (anche se Jack è il candidato più rappresentativo); un po’ come accade per il Nashville di Robert Altman, nel quale ventiquattro storie differenti si confondono senza che nessuna sia prevalente. Ed è Altmaniano anche il senso di straniamento che proviamo stando sull’isola. Ogni spettatore può trovare il personaggio che faccia da sua personale linea-guida all’interno della narrazione. Ogni personaggio non è quello che la prima impressione ci mostra. Ciascuno è soltanto all’inizio di un percorso che ne cambierà i connotati interiori, specie nelle molteplici relazioni di amicizia, amore, scontro che si manifesteranno tra di essi. Non li passiamo qui in rassegna, perché ci vorrebbe un intero libro, e forse uno dei migliori che scandagliano la serie con ammirevole precisione filologica è Totally Lost di Mauro de Marco (eccolo qui).

Potremmo dire che Lost è un racconto quantistico, poiché ogni personaggio, ogni evento, ogni episodio porta con sé un frammento d’informazione. E l’abilità degli sceneggiatori risiede poi nell’inserire continuamente misteri su misteri, soluzioni che conducono ad altri misteri. Ogni operazione di svelamento è soltanto l’ingresso in un altro enigma da risolvere per avere accesso al mistero successivo. Siamo dentro una scatola di paradossi. E in questo muoversi dentro l’ignoto ci concentriamo sui segreti dei diversi personaggi. Lì, si mette in movimento il disegno filosofico che sottende all’opera ed è già contenuta nel titolo. Lost, perduti. Quel participio passato che si riferisce alle esistenze dei personaggi. Uomini e donne perduti che cercano di ritrovarsi, di capirsi, di comprendere il proprio cammino. Azioni che generano domande, questioni che rimangono in sospeso, soluzioni che sono posticipate.

 

Ma nulla è lasciato al caso nell’impianto di Lost, nei suoi riferimenti letterari e filosofici, nel suo citazionismo cinematografico. I nomi dei personaggi che si riallacciano ai più svariati uomini realmente esistiti: i filosofi John Locke, David Hume, Jean-Jacques Rousseau, Edmund Burke, il matematico Hermann Minkovski, lo scrittore Clive Staple-Lewis, i fisici Michael Faraday e Stephen Hawking, il cantante John Lennon, la scrittrice Jane Austen, i banditi Jesse James e Robert Ford, il personaggio inventato da Mark Twain, Tom Sawyer; poi i riferimenti a testi come Le cronache di Narnia, Canto di Natale, Uomini e topi, Alice nel paese delle meraviglie, I Ching, Cuore di tenebra, I fratelli Karamazov, Breve storia del tempo, Il mago di Oz, Mattatoio n.5, Guida galattica per autostoppisti, Peter Pan, I viaggi di Gulliver, Robinson Crusoe, La tempesta; e ancora gli agganci all’Odissea di Omero, a Platone, a Jules Verne, Dante, Shakespeare, alla Bibbia, al Corano, al neopositivismo, al manicheismo; senza contare gli appigli moderni a Star Wars, alla serie anni ’70 Il prigioniero, a Ritorno al futuro, Star Trek, Ai confini della realtà, al reality Survivor. In Lost c’è filosofia, matematica, letteratura, fisica, astronomia, storia, enigmistica.

 

I Il gioco della vita. Con Lost abbiamo potuto declinare il nostro innato animo da giocatori. E ce lo insegna in principio John Locke con il backgammon. Il gioco che ha in sé il concetto di sfida a un avversario. Rivalità. Uno contro l’altro. La visione dualistica del mondo. Nulla è già deciso, ma tutto è frutto di ingegno e sorte. Un gioco che mette in pratica anche Jacob con suo fratello. Ed è con tutta probabilità il gioco più antico dell’umanità, praticato già nel 3300 a.C. nell’Antico Egitto. Lost sfodera una carrellata di giochi da tavolo (scacchi, Risiko, Forza 4, poker) e di giochi di squadra (golf, football americano, calcio, baseball, ping-pong). Eppure è il gioco dell’uno-contro-uno che domina la serie. E i personaggi sono come pedine nelle mani di Jacob e dell’Uomo Nero. Scopo del gioco è giocare il gioco (come direbbe l’Alan Parrish di Jumanji). E anche se subito notiamo l’opposizione tra bianco e nero, quello che domina è la sfumatura in ogni personaggio. Il bianco può diventare nero e viceversa. Non c’è una netta distinzione fra buoni e cattivi, perché in ciascuno di noi albergano luce e oscurità.

Ma il gioco principale, quello che sorregge l’intera isola di Lost è il match tra fato e libero arbitrio. Nascosto nelle pieghe dell’azione, nei movimenti di questo grande gioco che viene messo in scena sull’isola. Lo intravvediamo nelle piccole frasi, perché lì stanno rannicchiate questioni filosofiche imprescindibili per l’uomo (Perché ci siamo? Dove andiamo? Che cosa sappiamo? Quali sono i nostri limiti?). La questione del libero arbitrio non è solo materia filosofica, ma abbraccia anche teologia e scienza: l’una implica la presenza di una divinità, l’altra quella di un pensiero indipendente. Scienza e fede. Siamo dentro storie che vivono sul limite, che stanno “ai confini della realtà” (in ossequio alla matrice fantascientifica del racconto e al retroterra dei suoi autori). Lost mette alla prova le nostre convinzioni e lo fa attraverso segni e teorie.

 

Un materiale segnico fatto di cifre e ragionamenti. Quel materiale proprio del mondo di matematica e fisica. Pensiamo soltanto alla sequenza numerica che Desmond è chiamato a ripetere là sotto, oltre la botola (4-8-15-16-23-42): nella storia il riferimento è a un’equazione sull’estinzione dell’uomo sulla Terra elaborata dal fittizio matematico italiano Enzo Valenzetti della Princeton University. L’occasione inventata per dare compimento all’equazione del destino. Le persone sono le variabili dell’equazione, perché esse fanno le scelte, sono dotate di libero arbitrio. Così possono cambiare il loro destino. O ancora, la teoria dei sei gradi di separazione mutuata dalla “teoria della centralità” elaborata nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy. Il concetto che sta alla base dei social network e che promette di collegare l’intero globo. Possiamo pensare anche alla teoria della sincronicità dello psichiatra Carl Gustav Jung, attratto dalle coincidenze significative e da quella correlazione tra il nostro mondo interiore e alcuni eventi esterni che per il nostro pensiero ha un ben preciso significato (a chi non è mai capitato di pensare a qualcuno che non si vedeva da tempo e poi di sentirne parlare poco dopo). Forse che esista una specie di “coscienza del mondo”?

 

S iamo congegni a tempo. Lost è fatto d’insinuazioni e suggestioni. Ma, come detto, l’isola è intrisa di scienza, è zuppa di fisica; e non è un caso che la chiave di tutto stia nelle pieghe dell’elettromagnetismo, soprattutto fra le teorie che indagano la quarta e più importante dimensione che ci connota: il tempo. Piegare il tempo alle proprie esigenze. Ecco quello che riescono a fare gli autori di Lost, dilatandolo attraverso un uso sempre più intenso – man mano che la serie procede – di tre strumenti temporali: flashback, flashforward, flash-sideways. Incursioni nel passato (stagioni 1-2-3), avventure nel futuro (stagione 4), racconti che si dislocano in epoche diverse (stagioni 5-6). L’uso del tempo fa la differenza in Lost. Così come l’attenzione estrema ai dettagli, quei dettagli che diventano diabolicamente perfetti per dare stabilità a tutto l’impianto. Potremmo dire che Lost è una sommatoria d’interstizi, di minuscoli spazi che danno senso all’immenso spazio, di oggetti che costituiscono il sostrato di significato della storia. Il tempo in Lost è flessibile ed è proprio questa caratteristica che lo rende un prodotto unico, pioniere sugli schermi della tv. L’aspetto geniale è la coniugazione al futuro dei flashback, o almeno quello che credevamo essere un flashback di Jack alla fine della terza stagione. In realtà era un flashforward, ossia quello strumento che diverrà il meccanismo principale di sviluppo della quarta stagione. E poi arrivano i flash-sideways per cui la preposizione che domina ogni costrutto è breve e semplice: se. Che cosa sarebbe successo se. Il tempo si sdoppia, siamo lungo due parallele. La vita dei personaggi si specchia. Ed è proprio lo specchio che attiva le domande dei personaggi sulla loro altra vita, sulla vita oltre l’Oceanic 815. Ma non esistono realtà alternative, soltanto complementi di una stessa realtà.

Così il tempo è quello che ci serve a capire chi siamo noi e chi sono gli altri. Noi e gli altri, il tema portato in campo da Benjamin Linus, l’uomo che mette in crisi il rapporto tra i sopravvissuti. Il tema che ci accompagnerà a lungo e che introduce il concetto di relatività. Perché ogni cosa può essere vista da diverse prospettive. Il nostro modo di porci cambia, se a cambiare è lo sguardo che proiettiamo nel mondo. E non è un caso che l’intera serie sia come racchiusa entro lo stesso occhio, quello di Jack che si apre e si chiude. Le prospettive sono innumerevoli, a ogni puntata uno sguardo diverso fa luce sulla sua percezione e noi assorbiamo pezzettini di verità. Ma la verità più grande ci sfugge proprio perché viviamo ogni volta nel corpo di un personaggio diverso. E ancora una volta ci servirà una sola cosa per capire: tempo. È come se nuotassimo in un arcipelago di isole, ciascuna col suo perimetro, il suo habitat, il suo modo di svilupparsi.

 

L’isola di Lost ci mette alla prova, ci sfida a essere eroi attraverso l’avventura nello sconosciuto. Così saremo costretti ad accettare quello che ci attende. Siamo candidati eroi. Rispondiamo alla chiamata, lasciando da parte le parole dissuasive di chi ci sta accanto. Certo che siamo preoccupati, certo che abbiamo nostalgia delle nostre abitudini, ma dobbiamo diventare uomini nuovi. E non saremo da soli in questo percorso, troveremo degli aiutanti. Perché l’avventura dell’eroe è l’avventura che ci chiama alla vita. Quella che ci dice di superare le sfide. E quando riceviamo una sfida, difficilmente non la accettiamo. In fondo noi vogliamo combattere, vogliamo lottare contro le prove che stanno dentro noi stessi. Potremo venire sconfitti? Certamente. Ma non sapremo mai veramente chi siamo se non facciamo. E anche se viene distrutto, l’eroe sa rialzarsi. L’eroe che ce la fa, diventa una persona diversa. E poi il suo compito sarà cercare adepti e tramandare ai posteri le proprie gesta.

 

Compiamo il cammino insieme ai sopravvissuti del volo Oceanic 815, anche se più volte nel corso della serie una domanda ci sfiora: quanto è reale di quello che vediamo? Esiste oppure è dentro la nostra mente? Forse che il mondo è solo una rappresentazione? Lost ci educa al viaggio dell’eroe, quello schema che sta dentro tutte le storie. E ci porta sino all’epilogo all’interno di una chiesa, un luogo sacro che tutti i personaggi hanno creato per ritrovarsi. Un luogo spogliato del tempo, dove arrivano alla fine del loro percorso di redenzione. Ogni cosa è stata reale, ogni cosa è reale: lo spirito e la ragione, la lotta tra bene e male, la filosofia che ciascuno reca con sé quando viene al mondo. Lost ci ha costretto a capire. Eravamo perduti, ma quell’isola ci ha cambiato.