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È solo la fine del mondo

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Il doloroso scarto dell’indicibile


T ornare è sempre la parte più difficile. Ma dire, dire ciò che non vorremmo mai sentire, quella è la parte davvero difficile. Lo sa Louis Knipper (Gaspard Ulliel) e lo sappiamo noi, dacché le regole sono chiare fin dal principio. Da quando le immagini sbilenche di un giovane col cappellino in testa ci accompagnano verso la meta di un ritorno secondo i dettami di chi ne ha concepito la traiettoria: il 27enne Xavier Dolan.

È solo la fine del mondo, d’altra parte. Nulla di più che questa storia, mutuata dall’omonima pièce teatrale anni ’90 di Jean-Luc Lagarce. Una storia normale, ce lo dice già l’avverbio del titolo, salvo smarrirci subito dopo con il resto della frase. Entriamo confusi e desiderosi di conoscere la storia, quella che Dolan ci mostra con la strumentale maestria del cineasta, capace di trattare un tema convenzionale e perfino banale (l’incomunicabilità famigliare) in un modo del tutto spiazzante.

 

Ci spiazza conoscere subito il senso di un ritorno a casa da parte di Louis dopo dodici anni di assenza: l’annuncio della sua imminente morte. Non ci importa sapere quale sia la malattia, quanto gli resti da vivere; ciò che conta è l’irrimediabilità della sentenza. Ma a sballottare il nostro termometro di emozioni è il come, il modo in cui stiamo con Louis al cospetto della sua famiglia.

Nei modi sta la chiave per leggere un film che ci fa sorridere e immalinconire, ma prima di tutto ci fa provare quel sentimento che sempre ci irretisce quando siamo con gli altri: l’imbarazzo. Siamo imbarazzati come lo saremmo nella vita reale quando Louis varca la soglia di casa, trovando la madre (Nathalie Baye) intenta ad asciugarsi lo smalto sulle unghie con il phon, la sorella Suzanne (Léa Seydoux) ad abbracciarlo affettuosamente, il fratello Antoine (Vincent Cassel) che appena lo saluta, la cognata Catherine (Marion Cotillard) che gli sorride con la ritrosia degli sconosciuti.

Un fatto questo, perché Louis è uno sconosciuto, è uno straniero in casa sua, tra quelle pareti che nemmeno ha mai visto (la casa dove stavano quando suo padre era ancora in vita è stata da tempo abbandonata). Il tempo ha cancellato ogni sua orma in quella famiglia, e tutto ha le sembianze vaporose di un imbarazzo che si traduce in inquadrature sfuocate, in figure spezzate, in oggetti che prendono lo spazio delle persone. E persone che in quel salotto esistono soltanto nei momenti di urla furiose, scatti volgari, battute venali, tentennamenti eloquenti.

Xavier Dolan piega una narrazione convenzionale con la tecnica, regalandoci un intenso dramma familiare in cui si ride, si urla, si tentenna e non si riesce a dire qualcosa che nei silenzi.

 

Ogni personaggio si definisce dentro quest’atmosfera di agitazione perenne, definendo i contorni di un dramma familiare che va componendosi tra sfuocamenti e balbettii grazie a Catherine. Lei sempre ammodo, ingessata nel suo abito di carinerie e buone maniere, lei che non ha mai visto Louis, lei che è l’unica a cercare di farlo sentire in famiglia, lei che nel suo continuo scusarsi e nelle esitazioni sa vedere il suo segreto, sa intuire la verità nascosta.

Quella verità che gli altri non vedono, o che forse hanno soltanto bisogno di capire a loro modo. Così, nel procedere di Xavier Dolan senza rispettare la consuetudine tecnica si rispecchia l’insolito garbuglio di un dramma familiare che possiamo capire soltanto negli incontri tête-à-tête fra Louis e gli altri, come dentro un confessionale, empio però dei (presunti) peccati del confessore.

La sorella ribelle Suzanne, quella che scompare tra i tatuaggi e le nuvole di fumo, quella capace di esplodere in atteggiamenti irosi, quella che non sa davvero chi sia suo fratello Louis. Eppure quella che ne ha conservato negli anni tutti i ritagli di giornale in cui si parlava del suo talento. La madre che richiama Louis nel casotto in giardino e, smessi i panni di chi tiene la scena con esuberanza, frasi fatte e canzonature, gli parla come solo una madre può fare col figlio. La madre che come tutte le madri sa che cosa significhi esserlo e che cosa comporti il suo mestiere: volere il bene delle proprie creature. Ed è nel tenero abbraccio con Louis che i due si capiscono senza dire null’altro. Poi, il fratello Antoine, il più spigoloso scoglio di un passato che non vuole accettare la diversità di Louis, di chi è potuto fuggire per abbrancare i suoi sogni e capire chi fosse; Antoine che è irto di aculei come un riccio, che in ogni singola battuta esibisce una stilettata, Antoine che dice: “Non sono mai stato uno che sta in silenzio per ascoltare e nemmeno uno che sta in silenzio perché non ha nulla da dire. Voglio soltanto essere lasciato in pace”. Eppure l’unico che sa commuovere fino alle lacrime quandosi strappa di dosso la verità, per troppo tempo serbata dentro di sé.

 

E allora non c’è più nulla da aggiungere. Nulla da dire per chi sta in quella casa nell’ennesimo imbarazzo di un film che si è annunciato come missione di dichiarazione e termina senza averla fatta quella dichiarazione. Termina nel volo spezzato di un uccellino che sembra essere rimasto intrappolato nell’orologio a cucù per il tempo necessario a raccontare l’inafferrabilità, le paure, le solitudini che separano chi rimane da chi se n’è andato, chi è rimasto e avrebbe voluto andare, chi è tornato senza andarsene veramente, chi deve andare e non potrà più tornare. E in fondo ci dice dell’inevitabilità degli affetti e dei suoi incontrollabili effetti.

Ci dice tanto da non riuscire nemmeno a dirlo. Ma la cosa migliore è sempre il modo in cui si rivela, sotto la direzione di un 27enne canadese che risponde al nome di Xavier Dolan e che anche nell’uso non convenzionale delle musiche sa buttarci nel mezzo della narrazione che procede a colpi di litigate, salvo tirarcene fuori nelle maniere più inaspettate: sospendendoci sopra la storia con pezzi come Home Is Where It Hurts di Camile, resuscitando la hit romena Dragostea Din Tin di Haiducii per farci vivere col sorriso sulle labbra i ricordi d’infanzia di Louis; infine scegliendo di congedarsi con un altro di quei brani che è sempre pronto a girarci in testa come un anestetico che dà sollievo: Natural Blues di Moby. Come a dirci che sì, siamo stati nel dramma di personaggi che si agitano non sapendo bene dove andare, in mezzo a una selva di difetti umani, nel campo di battaglia di una comunità famigliare che bene o male tutti sperimentiamo, ma che in fondo la vita va avanti. Anche senza di noi.


Titolo originale: Juste la fin du monde.
Anno: 2016.
Regia: Xavier Dolan.
Sceneggiatura: Xavier Dolan (basata sulla pièce teatrale Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce).
Musiche: Gabriel Yared.
Fotografia: Andé Turpin.
Montaggio: Xavier Dolan.