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Bauman, il solido pensiero di una società liquida

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A i più grandi bastano pochi ingredienti. A volta anche uno solo. Come per il pensatore Zygmunt Bauman, andatosene lunedì 9 gennaio all’età di 91 anni. Una parola: liquida. Per fare capire immediatamente lo stato delle cose.

Nato in Polonia nel 1925, fuggito alle persecuzioni razziali contro gli ebrei rifugiandosi nel 1939 in Unione Sovietica e poi divenuto professore di Sociologia (prima a Tel Aviv, poi a Leeds), Bauman ha inquadrato l’evoluzione della società con una metafora fluida.

Ecco il fulcro del suo ragionamento: lo scollamento fra una vecchia società dove le cose si potevano toccare con mano e una nuova società che non riusciamo a tastare e fermare. È l’avvento, dalla seconda metà del XX secolo, di una globalizzazione sempre più accelerata che risucchia le certezze e ci fa sentire smarriti.


 

I l pensiero di Zygmunt Bauman è l’onda lunga di una paralisi che lo scrittore Samuel Beckett aveva già intuito con il suo Godot. Soltanto che ora quei due in silenziosa attesa frullano in un mondo sempre più veloce, lanciando grida che dicano: “Sono qua, io esisto!”.

Siamo dentro al frappé di una globalizzazione fatta di individualismo, edonismo, consumismo. Nel vortice degli –ismi perdono senso la centralità dello Stato (coi princìpi di partiti vecchio stampo) e la solidità degli sforzi educativi, messi in un canto dalle voci che vogliono dire la loro (gli strumenti lo consentono) e oppongono al vecchio sistema un quarto devastante –ismo: è il dominio del populismo.

La società del XXI secolo si scioglie così, si frantuma in tante piccole molecole liquide, che pur disponendo del più grande potere pubblico che l’uomo abbia mai avuto (l’accesso all’informazione), rinuncia alla sfera pubblica (intesa come bene comune) per portare in sfilata i propri interessi particolari nel Bengodi dell’intrattenimento. Non siamo più nella società di chi produce ma nella società di chi consuma, di chi ingurgita senza mai provare senso di sazietà.


 

U n rinchiudersi dentro stanze insonorizzate. Riscontro attuale sono le astiose chiusure verso chi migra da terre devastate dalla guerra, gli isterismi che – come sottolineato da Bauman – ci conducono verso una “terra desolata”. Avviene come per le matrioske: schermati e coperti dalle nostre proiezioni, finiamo col diventare come la bambolina più piccola, quella che è nel covo ovattato e non sente più nulla.

Incertezza e paura ci avviluppano. Zygmunt Bauman aveva cominciato a dircelo già sessant’anni fa. E poi ha continuato a rimasticare questo pensiero mentre la società procedeva nel suo cambiamento. Ha pensato, studiato, scritto, insegnato, parlato. Ha usato come tutti migliaia di parole, ma ha saputo farne una galassia rotante attorno a una sola: liquida. Una parola che ci resta e racchiude in sé un universo di pensieri immediatamente comprensibile, facendo della semplicità lo strumento per digerire la complessità.