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Siamo tutti un editore

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L a responsabilità è uno dei pilastri dello stato di diritto. E la patente necessaria per stare nel paese degli adulti. Quella responsabilità che nel nostro doppio vivere con i piedi piantati per terra e con le dita poggiate su una tastiera ha bisogno di essere ancora più robusta. Ed è su essa che s’impernia la sentenza validata ieri dalla Corte di Cassazione: la condanna per il gestore di un sito a causa di un commento diffamatorio nei confronti di Carlo Tavecchio, presidente della Figc.

Un commento apparso nel 2009 sul sito web agenziacalcio.it ad opera di un utente che definiva il suddetto Tavecchio “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”, allegandovi anche il suo certificato penale (come riportato da Repubblica). Il gestore del sito venne assolto in primo grado, poi condannato in secondo grado; verdetto confermato ora dalla Cassazione con l’accusa di “concorso in diffamazione”.


 

U na decisione che dà un orientamento sulla disciplina di tutto quanto viene detto e pubblicato online, siano testate registrate, aziende, gruppi politici o gestori non professionali di siti web e blog. Un principio che s’indirizza verso la responsabilità, o meglio, verso un recupero di quella responsabilità che il confuso puzzle della comunicazione digitale sta cancellando a colpi di incondizionati dileggi.

Dunque, chiunque gestisca uno spazio web dovrà vigilare affinché i commenti pubblicati da qualsiasi altro utente (identificabile o anonimo che sia) non denigrino o diffamino qualcuno, provvedendo nel caso alla loro rimozione ed evitando così di commettere un reato - Bisogna ora capire se il potere giudiziario considererà alla stregua di siti web e blog anche pagine e profili personali sui social media.

Un passo comunque importante che ci dice come oggigiorno siamo tutti in qualche modo editori, quindi tenuti alla verifica di ciò che viene pubblicato sullo spazio digitale che gestiamo. Una verifica che è ben altra cosa dalla censura – tanto per scansare preventivamente eventuali j’accuse di “attentati alla libertà” –. Come nelle testate giornalistiche il direttore responsabile è colui che ha l’onere di controllare che nessuna libertà altrui venga lesa dai testi pubblicati, così dev’essere per qualsiasi altra pubblicazione di ordine e grado. Chi gestisce ha la responsabilità di verificare e la facoltà di scegliere ciò che accompagna la propria pubblicazione (nella fattispecie i commenti).


 

B ufale e social media. Una responsabilità che ora richiederebbe una regolamentazione anche per quanto attiene i social media, in questo caso sia sul lato utente/cliente (proprietari di pagine e profili) sia soprattutto sul lato gestore/venditore (Facebook, Twitter, Instagram e compagnia bella).

In questo senso è sempre di ieri una notizia raccontata da Repubblica circa una bufala sulla meningite, pubblicata da Forza Nuova sulla propria pagina facebook, ma lasciata dal social di Mark Zuckerberg al suo posto perché “rispetta gli standard della comunità”. Lo stesso social che invece ha deciso di rimuovere una foto del “Nettuno” di piazza della Signoria a Firenze perché ritenuta “sessualmente esplicita”.

Il colosso di Menlo Park è ora obbligato a scoprire il proprio volto, non nascondendosi ancora dietro il paravento d’essere soltanto una piattaforma di condivisione ma ammettendo di essere a tutti gli effetti una media company, ossia un nuovo strumento giornalistico. Di fatto un editore sui generis, vettore del cambiamento in atto nel modo di fare informazione e pertanto tenuto a ottemperare agli stessi obblighi di chi produce notizie. E per questo tenuto anche a una verifica seria dei commenti da mantenere e da eliminare.

Se Facebook si professa una grande compagnia, dovrebbe coniugare la propria grandezza come fanno i grandi giornali: ossia dotandosi di bravi professionisti, di chi sappia giudicare, valutare, scegliere. Un richiamo alla responsabilità che ci tocca tutti. Questa sentenza e le decisioni prese sulle bufale diffuse tramite i canali social possono essere un punto di partenza per fermare il diluvio di presunte verità e offese gratuite. Il principio che può smuovere il legislatore nella redazione di una regolamentazione ampia e ben definita in materia di comunicazione Internet; e che fornisca un codice etico al flusso indistinto che invade ogni giorno i nostri schermi e le nostre vite. Perché in un mondo di editori il senso di responsabilità è il nostro Atlante.