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JONATHAN SAFRAN FOER / Eccomi

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L’illuminante risposta che ci nascondiamo


U na sola parola. Quella parola. Eccomi. Un brevissimo enunciato che evidenzia: una presenza, un’esistenza, una promessa, una risposta, una conferma, un’obbedienza, un’intenzione. Una vita. La vita di Jacob Bloch e della sua famiglia. Quella che viene illuminata nelle seicentosessantuno pagine del quarto romanzo di Jonathan Safran Foer.

Una parola che inquadra nel cono di luce chi la pronuncia, che trapassa le pagine delle Sacre Scritture e avvince in un refe doppio gli uomini alla figura di Abramo. È la parola che rende evidente la lucida disponibilità di Abramo a esserci e sottomettersi alla volontà divina del Signore che lo chiama al sacrificio di Isacco. Ma è anche la parola dello stesso Isacco che risponde presente al padre. Ed è una parola che anche i cristiani conoscono nel sacramento della Confermazione, quello che rafforza, che dà stabilità.

N ella perfezione di una parola che pervade l’universo ebraico della famiglia Bloch (e del Foer scrittore) sta racchiusa come la risonanza interiore nel cavo di una conchiglia tutta quanta l’imperfetta opacità di tante esistenze, che s’incrociano entro la recinzione rituale (eruv) della zona nord di Northwest, quartiere di Washington. E dentro alla borghese abitazione americana dove s’intersecano le voci di Sam, Max, Benjy, dei loro genitori Julia e Jacob, dei nonni Deborah e Irv, del bisnonno Isaac.

È una grande storia ebrea, è una saga famigliare ripiegata come un origami sulla modernità di chi trascende i principi religiosi in una personale reinterpretazione della fede. Come se da Isaac Bloch che aveva vissuto “in una buca, per tanti di quei giorni che le sue ginocchia non sarebbero mai più riuscite a distendersi del tutto” si fosse via via perduta l’osservanza, corrosa come un vecchio tubo dalla ruggine secolarizzante. Una religione ossidata, ma pur sempre permeante l’intero racconto di queste vite moderne.

Così conosciamo l’agnostico Jacob Bloch sceneggiatore televisivo per la HBO, la moglie architetto-in-potenza Julia, i loro tre figli (Sam il confuso, Max l’arguto, Benjy il piccolo sorprendente). E con essi il puntuto nonno Irv e l’accomodante nonna Deborah e un diluvio di altri personaggi che si manifestano entro il perimetro temporale in cui “si può costruire una casa perfetta, ma non viverci”. Ecco quel che può accadere sussurrando quella parola Eccomi (Henneni in ebraico) nel buio supino di una notte stellata o fissando un soffitto domestico. Succede che nell’adempiere ciascuno ai propri doveri, la forbice tra Jacob e Julia si allarghi inevitabilmente e dissolva quietamente l’amore.

 

“I sentieri esistenti non erano quelli originari ma erano ‘linee del desiderio’, scorciatoie prese dai visitatori, su cui l’erba smetteva di crescere e che con il tempo sembravano intenzionali. Processi, negoziati infiniti, minuscoli aggiustamenti erano diventati la costante della vita famigliare di Jacob e Julia.”

Lo scrittore Jonathan Safran Foer (Washington, 21 febbraio 1977)

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La copertina originale del romanzo


 

S uccede che la crepa fra di loro si faccia chiara come il display del cellulare (di Jacob) che rivela sms sessualmente sboccati rivolti a un’altra Julia, mentre sul versante opposto della montagna matrimoniale avanzano gli spettrali sospetti di Jacob che Julia abbia una relazione con un certo Mark. Ecco il principio di una separazione che soggiace all’intera storia come un bradisismo negativo che fa emergere il dissesto familiare. “La prossimità domestica era diventata distanza intima, la distanza intima era diventata vergogna, la vergogna era diventata rassegnazione, la rassegnazione era diventata paura, la paura era diventata risentimento, il risentimento era diventato autodifesa”.

E succede che un’altra crepa riveli la distanza di Sam dal mondo: l’accusa che gli viene mossa d’aver scritto un biglietto con un messaggio razzista a un compagno di scuola; con l’aggravante d’averlo fatto nell’imminenza del suo Bar Mitzvah, l’ebraico ingresso nel mondo degli adulti. Il (mis)fatto che aggroviglia i pensieri di Sam, per cui “il problema era il mondo. Era il mondo che non era della taglia giusta”. Quel mondo del quale si libera divenendo nessuno nell’altro mondo (virtuale) di Other Life e tra le conversazioni in chat che danno voce alle voci incorporee:
> Potrei far entrare tutto quello che ho scritto in vita mia in una chiavetta.
> Che cosa vuol dire?
> Benedetto sei tu Signore…
> Immagina se mettessero uno specchio gigantesco nello spazio, lontanissimo da noi. Noi non potremmo, puntando un telescopio, vedere noi stessi nel passato?

Succede poi che trema anche Israele per quel terremoto che a metà del romanzo lo minaccia e distrugge, squarciando il Medio Oriente e facendo crollare dalle fondamenta lo Stato ebraico, e facendo dirupare tutti i discorsi d’ordine politico che il cugino Tamir in visita (insieme al parentado d’oltreoceano) conduce verbalmente con Jacob fra battute e controbattute che riempiono la neoBibbia intitolata Eccomi e (ri)scritta da Foer per i tanti Abramo dispersi.


N on c’è scampo all’immersione nei dettagli di un racconto che la penna di Jonathan Safran Foer articola magistralmente in otto strade capitolari e innumerevoli lapidi dentro esse, ciascuna recante iscrizioni mutevoli nella forma (linguistica: inglese, ebraico, yiddish) e nella sostanza (indicazioni, asserzioni, negazioni). E ad ogni fermata le felicità precedenti vengono frantumate, perché siamo dentro a un sisma di sentimenti che centrifuga il mondo nella porzione di spazio e tempo che serve a rivelare il negativo fotografico della famiglia Bloch.

Il contrario di ciò che si vede in pubblico, segreti palinsesti di conti da regolare con se stessi soltanto sillabando una parola, quella parola: Eccomi. Eccomi qui, disposto a far accadere qualcosa dentro e fuori di me. Accade grazie alla spremitura di Foer, capace di distillare quisquilie divaganti come la scoperta del nonsense Aqua. Seafoam. Shame in All Apologies dei Nirvana; proverbi d’ebraica profondità (Kein briere iz oich a breire, ossia Anche non avere scelta è una scelta); interrogazioni sulla possibilità di somministrare l’eutanasia al cane dei Bloch, Argo; (ec)citazioni cinematografiche e incolmabili distanze generazionali nell’alterità del digitale; l’eros esibito e il sesso liberatorio che certifica l’esistenza dei corpi; personaggi dello sport, trasmissioni televisive e podcast sui dinosauri; racconti biblici come quello di Giosuè, storie ebraiche come quella dei 36 giusti che garantiscono il salvataggio dell’intera umanità; calembour linguistici e freddure che ricordano il gioco degli ossimori di Molto forte, incredibilmente vicino; lunghe digressioni e frasi sottili come lame di coltello (Me stesso con aggiunta di tempo è mio padre, Non c’è niente di più intero di un cuore infranto, Inseguendo la felicità, smarriamo la soddisfazione); momenti di sospensione come la poesia del bambino ebreo che dice ‘La prossima volta che tiri una palla, tirala per me’, (vale a dire ‘non piangere per me, vivi per me’), che “diventa misurare la distanza dalla perfezione in unità di fallimento”.

 

“Si possono seguire le prime sedici o venti mosse semplicemente ‘recitando’ lo storico. Ma, fatta eccezione per rarissimi casi, a un certo punto si arriva a una ‘novità’, una configurazione di pezzi che non si è mai verificata nella storia dell’universo. Nel gergo scacchistico la mossa successiva è definita ‘fuori dallo storico’. I due avversari a quel punto sono soli, senza una storia, senza stelle morte a indicare la rotta.”



 

F allire con successo per riuscire ad attraversare le distanze che ci separano dagli altri (e da noi stessi). “Tra due esseri qualunque c’è una distanza unica, invalicabile, un santuario inaccessibile. Qualche volta prende la forma della solitudine. Qualche volta prende la forma dell’amore”. Per riuscire ad abituarsi alla realtà delle cose, a capire che c’è un prima e un dopo. Che viviamo in limine, sui bordi di Bar Mitzvah, matrimoni, partenze, funerali.

Jonathan Safran Foer fa tutto questo partendo dallo speciale rapporto dell’ebraismo con le parole, poiché “dare una parola a una cosa è darle vita”. La parola che genera: personaggi, storie, significati. Un romanzo intero, che prepara a essere pronti. Un romanzo che attraversa il molecolare universo di parole ebraiche come fossero snodi cruciali con cui rivelare l’esistenza della vita, amminoacidi che assimiliamo per metabolizzare il trascorrere del tempo e saggiare la giusta distanza. Incontrando personaggi finalmente pronti a essere genitori e figli, a rispondere per chi siano disposti a essere completamente presenti, a misurarsi nella brevità di una sola parola: Eccomi.