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Una governance “alla carlona”

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C he cosa c’entra Virginia Raggi con Carlo Magno? Be’, si dice che un giorno l’imperatore del Sacro Romano Impero – che nei poemi cavallereschi era chiamato “Il re Carlone” per la sua semplicità e bonarietà – avesse invitato a una battuta di caccia il fior fiore dei nobili; questi arrivarono a corte agghindati di tutto punto con completi usciti freschi freschi dai più noti sarti di Francia. Tra lo stupore di tutti, il buon Carlone si presentò invece insaccato in un abito di stoffa rozza di taglio contadinesco. Da allora si disse vestire alla carlona per “vestire alla buona” e di qui nacque più tardi la frase fare le cose alla carlona.

Quelle cose che la (disastrata e disastrosa) amministrazione Raggi ha elargito con generosità in questi mesi di governo degli improvvisati. Già, perché pare evidente che la giunta capitolina – alla quale i cittadini romani lo scorso giugno hanno accordato la fiducia – sia un fumoso calderone di abbozzi.


 

S egnata da vicende che in sei mesi non hanno portato alla città di Roma altro che magagne: prima la decisione di rifiutare i milioni di euro del CIO per le Olimpiadi del 2024, con annesso squallido teatrino nei confronti del presidente del Coni Malagò; poi le misere 30 (trenta!) delibere emesse da una città metropolitana nei suoi primi due mesi di governo, 21 delle quali usate per le nomine; quindi lo scandalo dell’assessore Paola Muraro, la sua difesa a oltranza da parte di Raggi, infine l’accettazione delle sue dimissioni per via dell’avviso di garanzia che le contestava abuso d’ufficio e violazioni ambientali; poi i loschi traffici dell’assessore Raffaele Marra, arrestato per corruzione; nel mezzo il mantra dello streaming come garanzia di trasparente agire, in realtà terrificante spettacolo da setta massonica; ancora – caso più unico che raro – la bocciatura del bilancio previsionale del Comune. E dulcis in fundo la pubblicazione pochi giorni fa – grazie all’occhio attento dell’onorevole Monica Cirinnà (PD) – di un “Codice di comportamento per i candidati eletti del MoVimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma Capitale 2016”.

Di fatto un autentico contratto sottoscritto da Virginia Raggi & Co. con una società privata (Casaleggio Associati Srl), infarcito di vincoli contrattuali e di penali nell’ordine dei 150 mila euro nel caso di inadempienze allo stesso Codice che potessero causare al M5S “un grave danno alla propria immagine”. Un fatto di inaudita gravità sul quale si pronuncerà il prossimo 13 gennaio la magistratura, valutando l’eventuale pregressa ineleggibilità di Raggi alla poltrona di sindaco.


 

I nsomma, la punta dell’iceberg di un modo di fare politica che proprio pochi giorni fa ha messo in mostra forse il peggio di un’amministrazione sconclusionata, allorché Virginia Raggi si è presentata nell’aula di consiglio comunale, ha letto un breve messaggio, ha ringraziato Paola Muraro “per il lavoro svolto fino ad adesso” e poi se n’è andata, lasciando agli altri l’onere di proseguire i lavori e sentire come l’Oref (Organo di revisione economico-finanziaria del Campidoglio) avrebbe bocciato proprio il bilancio previsionale 2017.

Un modo di fare politica che non può essere costituito dalle cosiddette massaie mandate al ministero dell’Economia, come paventava pochi anni fa il fomentatore di folle Beppe Grillo. Né può reggersi sul fantomatico potere di una rete pronta a sbrindellarsi in una insignificanza democratica fatta di superficialità e dilettantismo. Il modo di chi fa un po’ tutto alla carlona. Senz’avere nemmeno nome e statura del più noto Carlo.