parallax background

STEFANO MASSINI / Qualcosa sui Lehman

JOHN BANVILLE / Il mare
23 novembre 2016
JONATHAN SAFRAN FOER / Eccomi
30 dicembre 2016

Abbiamo sempre tutti bisogno di una banca


B aruch HaShem, grazie a Dio. Grazie a Dio per quelle settecentosettantré pagine di narrazione epica, che subito richiama qualcosa di distante, etereo, mitico. Ma che cos’è il mito se non il racconto delle gesta comuni, il racconto delle opere umane sotto i riflessi aurei della parola narrata. Ed è come se fossimo spettatori seduti in circolo, mentre l’aedo Stefano Massini ci porta dentro un fluviale viaggio nelle nervature che hanno irrorato la vita d’America, nelle fibre che l’hanno resa plastica e pronta ogni giorno ad affrontare colossali sfide.

Così, ce ne stiamo lì ad ascoltare i versi di un romanzo/ballata che sussume nella più perfetta sintesi di prosa e poesia il senso di un continente forgiato dal potere dell’uomo. Sentiamo fluire quel testo che sfugge a ogni genere, che non si fa acchiappare in nessun modo, come la volatile intraprendenza di un Paese sempre in corsa lungo un industrioso secolo e mezzo fatto di azioni, parole, numeri.

P restiamo l’orecchio per sentirci dire Qualcosa sui Lehman, sì proprio loro, quei Lehman Brothers che a noi abitanti del 2016 dicono del crack pa(r)tito otto anni fa in America e poi diffusosi a macchia d’olio in tutto il mondo. Che dicono di una banca, dicono degli Stati Uniti d’America, dicono delle sue imprese, dicono di un universo imperniato sull’economia con stile ed efficacia imitabili da tanti manuali di Storia.

Ma è una storia che dice anche dell’Europa, di quel vecchio continente dove tutto ebbe origine, dove un cervello di nome Heyum Lehmann nacque, crebbe e poi partì. Alla volta del nuovo, verso un’America che vista da vicino appare “come un gigantesco carillon”. Heyum che è pronto a diventare Henry. Lehmann che sa cedere una ‘enne’. Perché chi scappa è pronto a rinunciare perfino alla propria identità.

Così, già dal principio sappiamo di essere dentro una storia di compravendita. Do ut des. E Henry Lehman da Rimpar, Baviera, sarà pronto a dare tutto se stesso pur di avere. Lui, figlio di un Abramo venditore di bestiame, diventerà commerciante di cotone in Alabama. E sarà Henry la testa, al quale si uniranno in rapida successione i due fratelli: Emanuel il braccio e Mayer Bulbe (la patata). Un affratellato business che impariamo a conoscere anche sotto la lente della divertente ironia, nelle mediate azioni di un ortaggio come fulcro necessario fra la testa e il braccio “perché il braccio non spacchi la testa e la testa non umili il braccio”.

 

“Per stare in America, starci davvero, serve qualcos’altro. Serve girare una chiave dentro una toppa serve spingere una porta. E tutte tre – chiave, toppa e porta – non stanno a New York ma dentro il tuo cervello.”

Lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini (Firenze, 22 settembre 1975)

Il cartellone dello spettacolo Lehman Trilogy, ultima regia teatrale di Luca Ronconi.


 

F iliamo via sulle taglienti frasi di Stefano Massini, saltiamo nella cantilena dei versi scanditi con la forza di un’incisione rupestre. Affondiamo nelle parole vive dell’ebraico e dello yiddish, che rimandano all’universo di una religione divina sposata alla religione dell’economia in un amalgama perfetto come il respiro. E sfiliamo tra onniscienti narrazioni, risolutivi discorsi diretti, accumuli di sillabe e segni, ripetizioni, parole isolate, numeri a cascata, elenchi alfabetici, corsivi puntuali, lampanti maiuscole, liste inappellabili, linee di estrema ratio, spazi rumorosi. Tutto entro uno schema che in tre capitoli (Tre fratelli, Padri e figli, L’immortale) ci porta nel diluvio di azioni che incornicia la lunga cavalcata di una famiglia.

Una famiglia discesa da un patriarca germanico di antico stampo europeo (Abramo) e divenuta moderno esempio del Grande sogno americano grazie all’ingegno di una testa di nome Henry, di un braccio determinato di nome Emanuel, di un tubero riflessivo di nome Mayer. E di quei figli e nipoti forgiati ciascuno secondo un proprio carattere: Dreidel il silenzioso, Dawid il turbolento, Philip il decisionista, Arthur il matematico, Herbert il politico, Sigmund il buono convertito, Bobbie il creativo, Harold e Allan gli implacabili, Peter il docile. Una costellazione di uomini e un ammasso d’invisibili donne divenute signore Lehman, ciascuna assecondando i precetti di una testa, che “non sente l’amore, bensì lo capisce”.


C osì, dicendoci qualcosa sui Lehman, Stefano Massini ci dice qualcosa sull’America. Ed è un qualcosa di carta zeppo di personaggi, prodotti, invenzioni, accadimenti, sia pur talvolta soltanto tangenziali alle curve d’inchiostro del libro. Giacché lì dentro passa la storia americana, passa la storia d’Occidente compresa tra il 1850 e il nostro (quasi) presente. Passa il cotone dell’Alabama, dove tutto ebbe inizio. Passano quel fustagno robusto che si chiama denim e la sua genovese storia da blue-jeans. Passa lo zucchero. Passa la guerra di secessione. E poi passano le banconote. Passa il caffè. Passa il tennis inventato da Miss Mary Outerbridge. E passano le ferrovie e il nero carbone. Passano le banche e i lingotti d’oro. Passa la storia delle famiglie ebree dentro ai templi. Passa il canale di Panama. E passano i telefoni e poi le automobili. Passa una guerra mondiale. E passano le parole, un fiume di parole che riempie le strade di New York. Passa Wall Street e la Stock Exchange, dove quello che conta è il valore, non l’oggetto. Passa New York, l’Olimpo del pianeta Terra. E passano gli operai e il sindacato. E poi passa il tabacco. E i cataloghi postali. E la cessione dei crediti. E la politica. Passa Sigmund Freud. Passano Charles Dow e Mister Jones. Passano la Studebaker, la Model-T e Henry Ford. E passa il petrolio. Passa Charles Lindbergh. Passa il funambolo Solomon Paprinksij. Passa il proibizionismo. Passano Mallory e Irvine con la loro impresa sull’Everest. Passa la crisi del 1929. E passa il polimetilmetacrilato. Passano Buster Keaton, Charlie Chaplin, Stanlio & Ollio. Passa lo stampo di American Idol. E passa la Pan Am. Passa Walt Disney. Passa King Kong. Passano i tubi catodici di Mister DuMont. Passa il porta a porta dei coniugi Einstein, George e Jenny. Passa il mito di Jesse Owens. Passano Nietzsche, Superman, e i fumetti. Passa il cinema. Passa Standard & Poor’s. Passa una seconda guerra mondiale. Passano la politica e la paura del nemico. Passa John Hertz, quello dei noleggi d’auto. Passa la formula della finanza e il potere del controllo. Poi passano i computer e la Digital Equipment Corporation. Passa la Nasa, e con essa il sogno della Luna. Passa il Vietnam e passa John Fitzgerald Kennedy. E passano l’ex greco Peter G. Peterson e l’ex ungherese Lewis I. Glucksman. E infine passa American Express a raccogliere i cocci di una dinastia Lehman Brothers che ormai da tempo era già passata.

 

“Mai e poi mai Sigmund avrebbe creduto che esistesse sul pianeta Terra un luogo dove la matematica diventava religione e i suoi riti cantati ad alta voce erano soltanto litanie numeriche.”


“In fondo il nostro compito è solo e soltanto rispondere a un desiderio prima ancora che nasca la domanda: noi esaudiamo i sogni dell’America un attimo prima che riapra gli occhi.”


“Se vuoi fare soldi devi arrivare alle cose semplici prima che diventino semplici.”


 

E in fondo passa la ciclicità della vita umana dentro al romanzo di Stefano Massini. E transitano in questa spirale d’eterno ritorno i nuovi immigrati (Peterson e Glucksman) come in principio transitò da oltreoceano l’immigrato Heyum Lehmann divenuto Henry Lehman grazie alla fibra del cotone e alla voglia di farcela. Al desiderio trascinante di una famiglia di non rimanere confinata entro il perimetro degli zero virgola.

Qualcosa sui Lehman è una grandiosa riflessione sul senso dell’economia, all’interno di un mondo divenuto una pallina; un mondo nel quale “i soldi si fanno con quello che non puoi non comprare”. Ed è una riflessione sul senso delle banche come colonne portanti, come soggetti che sanno credere “nell’ingegno dell’uomo, nel suo genio, nella sua capacità straordinaria di creare”. Un libro che arresta la narrazione proprio prima che tutto crolli, prima che la costola d’America Lehman Brothers divenga altro da quel che fu fino a che Bobbie (l’ultimo Lehman) la diresse. Prima che la sfrenata ossessione di sommare soldi ai soldi ne modificasse geneticamente la struttura.

Tutto si ferma alle soglie del 2008, mentre i dipartiti Lehman assistono alla dipartita della Lehman secondo il rito della Shivà. Come se tutto dovesse ancora avvenire. E ripartire. Dalla strategia di una testa, con la fermezza di un braccio, attraverso l’intuizione di un tubero. Baruch HaShem!