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Morte mitica di un supremo fingitore

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C orrono veloci come le morti nascoste. Sono le parole di elogio a Fidel Castro da parte di tanti figli del mito, quelle che bucano le maglie della rete digitale per approdare a Cuba e rendere omaggio alla memoria del comandante deceduto pochi giorni fa. E sono parole luccicanti d’ammirazione per un uomo che nel 1959 animò la rivoluzione dell’isola caraibica, detronizzando Fulgencio Batista. Via un dittatore, su un altro.

Perché questo di fatto è stato Fidel Castro da allora sino al giorno della sua morte in questo 2016. Eppure, il líder máximo ha sempre fatto breccia nel cuore di chi credeva alla favola del socialismo reale, dell’egualitarismo come credo di vita. Sennonché la professione “Siamo tutti uguali” ha sempre celato il lato nero del suo rovescio “Qualcuno però è più uguale degli altri”.


 

È la formula del potere che celebra se stesso, la formula delle rivoluzioni che promettono sempre di spazzare via il male per far vincere il bene. Ma qual è questo bene promesso? Un bene fatto di soppressione del dissenso? Un bene fatto di prigionieri politici? Di blogger, di omosessuali, di intellettuali, di gente comune a cui viene ritirato il passaporto? Di contestatori cacciati nelle prigioni? Di dissidenti fatti scomparire nelle acque del mare?

È questo il bene ammirato dai (troppi) filocastristi dell’Occidente chic? Questo il bene operato da un uomo che nei suoi fluviali proclami (269 furono i minuti del suo primo discorso all’Onu) parlava di Paese riformato, di un Paese migliore per tutti? Questo il bene di un Paese che, fino al 1991, ha vissuto delle fraterne sovvenzioni da parte dell’Urss? Questo il bene di un Paese dove al contempo la gente doveva mettere in pratica l’arte dell’arrangiarsi per avere un tozzo di pane?


 

F idel Castro non amava i testi scritti, a lui piaceva penetrare nell’animo della folla con la viva forza dell’oralità, con il serpeggiante fervore della lingua parlata, quella che agita il cuore e anestetizza la ragione. Perché a fermarsi a vedere dietro quelle lettere (líder máximo) si intravvederebbero i contorni di ben altra parola: dittatore.

Ma non sia mai di pronunciarla, di dare fiato per gridare cotale eresia. Di gettare fango sul bene supremo che il comandante elargì al suo Paese. E magari di aggiungere sommessamente che tenne il potere per un tempo indefinito, instaurando a Cuba quell’oligarchia che andava combattendo. Oh, no, Dio ce ne scampi dal profferire parole sì blasfeme. Ci contentiamo di una pagina scritta per non rimpiangere la dipartita dell’ennesimo fingitore.