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C’ è una vita spesso dimenticata che è la vera protagonista dei romanzi di William Faulkner, una vita che molta letteratura odierna sta riscoprendo (e con essa le storie del cinema).

È la vita di provincia, quella elogiata da due grandi scrittori come Mario La Cava e Leonardo Sciascia più di mezzo secolo fa (correva l’anno 1951) in uno scambio epistolare.

Lo scrittore svizzero classe 1985 Joël Dicker


 

D iceva il calabrese La Cava: “Certo non è possibile affermarsi nel campo dell’arte, se non si sollecitano incontri personali con quelli che possono aiutare: la permanenza nelle grandi città è utile ai fini del successo e di una certa sistemazione pratica. Ma quanto al perfezionamento artistico, escludo oggi, più di prima, che la grande città possa essere favorevole; non solo per le distrazioni irreparabili che offre, ma anche per le difficoltà evidenti che la sua mostruosa organizzazione oppone ad una approfondita osservazione della vita. L’ideale sarebbe potersi muovere frequentemente, per poi ritornare al proprio paese a lavorare”.

E gli rispondeva il siciliano Sciascia: “Mi fa piacere che il tuo viaggio sia stato fruttuoso di incontri; così accade anche a me: ma appena rientro nel solito ritmo dei giorni, tutto quello che ho vissuto in città assume una fredda distanza, come se non mi appartenessero e fossero i giorni di un altro. E lascio così cadere tante possibilità. Ma in fondo vivere così mi piace: leggere un libro al giorno e scrivere un articolo ogni mese; e quando posso, una piccola scappata oltre lo Stretto. Sono d'accordo con te sulla vita delle città: tra chiese e gallerie e circoli ed incontri, non capisco quale tempo e voglia resti agli amici per leggere, e per scrivere. Li vedi, nei pochi giorni che sto con loro, sempre fuori, assillati da preoccupazioni economiche. Parlano di quattrini; e noi invece andiamo in libreria e parliamo di letteratura; qui il problema economico mi è invece più lieve. Mi contento insomma; e godo ottime e tranquille letture”. Due stralci della corrispondenza tra due scrittori del sud, di quel sud che pare scontare in eterno le conseguenze di una ferita originaria. Ma è proprio là dov’è la colpa che la consapevolezza del dolore è più acuta e più profonda. In quella “mischia di lutto e di luce”, come ricordava il grande Gesualdo Bufalino parlando della sua Sicilia.


William Faulkner

Leonardo Sciascia


 

E d è nelle penombre della provincia che tanti romanzieri hanno ambientato – oltre a Faulkner – le proprie storie poi trasmutate in immagini in movimento. Come accade al suo più diretto erede Cormac McCarthy, com’è recentemente avvenuto per Austin Wright e il suo Tony & Susan portato sugli schermi del cinema con il titolo Animali notturni da Tom Ford. E com’è probabile che accada presto al giovane Joël Dicker, scrittore svizzero che nei suoi ultimi due romanzi (La verità sul caso Harry Quebert, Il libro dei Baltimore) ha scelto la provincia americana per fare da sfondo alla storia di Marcus Goldman. E potete scommetterci, saranno grandi storie per il cinema.

Storie di provincia, storie del cosiddetto “locale”. Ma in fondo, tutti noi abbiamo una dimensione locale, viviamo entro una piccola cerchia di persone, facciamo cose minute che – per quanto grandi possano essere gli effetti – esercitiamo entro il nostro piccolo spazio locale. Sia che camminiamo nella folla di una megalopoli, nei vicoli di un paese di montagna, sul lungomare di una cittadina di mare. La realtà è che noi siamo provincia.