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Gli algoritmi sono la nostra scelta?

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S fugge alla vista come la parte sommersa di un iceberg, ma sempre dello stesso iceberg si tratta. È la nostra vita da digitatori impenitenti, computata dagli algoritmi che agiscono silenziosi e invisibili mentre scorriamo la bacheca di Facebook, mentre ci precipitiamo su Amazon per comprare l’ultimo romanzo di Harry Potter, mentre cerchiamo un articolo sulle macchine che si guidano da sole.

Di quell’iceberg ci preoccupiamo talvolta quando è in gioco la nostra privacy, salvo dimenticarcene pochi istanti dopo quando dettiamo al navigatore della nostra auto il percorso da seguire, che un segnale Gps calcolerà trovando la soluzione più efficiente. Un’efficienza che – come davanti ai nostri smartphone, pc, tablet – viene calcolata da algoritmi a colpi di like, classifiche, raccomandazioni, cartografie.


 

A lgoritmi. Sistemi di calcolo. Ragionamenti numerici che monetizzano lo sfruttamento dei nostri dati ma al contempo organizzano modi differenti di dare forma alle informazioni. Prendiamo l’algoritmo PageRank di Google e la sua capacità di gerarchizzare l’autorevolezza dei siti web secondo un principio meritocratico che premierebbe quelli “eccellenti” a discapito di quelli “mediocri”, basandosi sul giudizio degli altri (scambio di link fra gli utenti). Si tratta di un’eccellenza premiata prescindendo però dal valore intrinseco dell’informazione e orientandosi secondo i comportamenti degli utenti stessi.

È il sistema che misura la cosiddetta web reputation (social network, siti di rating), basato su contatori che valorizzano la reputazione delle persone e dei prodotti. Ogni scelta che compiamo nello spazio pubblico digitale rientra giocoforza entro questo universo regolato da tecniche statistiche modellate proprio sui nostri comportamenti. Siamo all’interno di un ambiente che ci guida senza vincolare, ci indirizza senza obbligare: è la libertà della scelta propria di un sistema economico.


 

U n ambiente che comunque incide sulla nostra vita e che per questo richiederebbe una riflessione di tipo politico attorno all’influenza esercitata dai calcoli dei Big Data, giacché ‘politica’ (dal greco politike) è modo di agire di chi partecipa alla vita pubblica. Si rende così necessaria una riflessione attorno alla natura di questi algoritmi-sentinelle che si propongono di descrivere la società dal basso (comportamenti) piuttosto che regolarla in modo paternalistico tramite categorie preliminari e strutture calate “dall’alto”.

Una tensione fra basso e alto che rischia però di cadere in contraddizione se si apre una discussione politica su quali informazioni siano più pertinenti per noi stessi, quindi per le società che abitiamo. Una discussione politica che si domandi se quelle tracce (cookies) che lasciamo dietro di noi sul web ci rappresentino realmente. O se siano anch’esse un bouquet di scelte preconfezionate nascoste sotto la superficie dell’iceberg.