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Trump e la conferma di una distopia da non credere

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C hi l’avrebbe mai detto che lo scenario distopico immaginato da Mike Judge ed Ethan Cohen nel 2005 avrebbe dato (così presto) segni di sé nella realtà? Chi sono i due? Gli sceneggiatori di Idiocracy, commedia made in U.S.A. che fa della satira umoristica uno strumento alla portata di tutti per metterci davanti a quel cambiamento che spesso non sappiamo cogliere. Come un amico che ci batta un colpetto sulla spalla e ci mostri la luna nascosta dietro il nostro dito.

Ahinoi è una luna dai riflessi depressi quella che intravvediamo nella pellicola di Judge, giacché l’archivista militare JoeBauers (Luke Wilson) si risveglia nel 2505 dopo un esperimento di criogenetica e scopre di essere capitato in un futuro nel quale l’umanità ha raggiunto livelli di istupidimento che ne hanno fatto degradare completamente la civiltà, portando alla presidenza degli Stati Uniti d’America il wrestler e pornoattore DwayneCamacho, in un Paese dove l’acqua potabile è stata sostituita dalla bevanda energetica Brawndo e dove tutti recano sul braccio un tatuaggio con codice a barre per l’identificazione.


 

S copo della satira è farci sorridere delle storture e possibilmente farci riflettere sulle implicazioni reali. Reali come il fatto che da domani alla Casa Bianca siederà Donald Trump. Proprio lui, l’uomo odiato da molti degli stessi appartenenti al partito Repubblicano. L’uomo che ha battuto Hillary Clinton ma più di tutto ha (ab)battuto il partito Democratico e le idee alla base della democrazia: l’ascolto, il rispetto, il dialogo, la libertà.

La vittoria di Trump è il segno dei nostri tempi fatti di meschinità e vuote proteste, di discorsi lanciati d’istinto alla famosa pancia della gente, di strepiti e grida e frasi trincianti, di difesa ad oltranza del proprio pensiero, di narcisismo esasperato, di arrivismo e dedizione agli interessi privati. Una vittoria che anche oltreoceano è stata salutata da tanti come “segno del cambiamento” o sottovalutata da troppi con pronte battute (“tanto domani si va comunque a lavorare”, “non è la fine del mondo”, “noi non siamo l’America”).

 

Tiene fede alla traduzione del suo cognome la vittoria di Trump: ossia quella briscola che mai ti saresti aspettato nel giro di carte, eppure proprio la carta che fa vincere la mano. Le vittorie che non t’aspetti. Come quelle della Brexit lo scorso 23 giugno. Nel Regno Unito come negli U.S.A è il medesimo meccanismo di rottura che si è messo in opera: rompere per rompere. Ma alla fine,quel che rimane è soltanto un vaso rotto. E i cocci sono affare di tutti.

Di un intero pianeta, ossia un intero sistema economico di interrelazioni che incidono sulle minute vite di ogni persona in ogni Paese. Escludendo le remote popolazioni che ancora vivono isolate nel tempo e nello spazio nel fondo di alcune foreste subtropicali, l’elezione di Trump (così come quelle di qualsiasi altro governo estero) ci riguarda da vicino. Nel 2016 siamo tutti prossimi l’uno all’altro.


 

Ma quel che ci dice quest’elezione americana – che nella sua campagna elettorale, come molti commentatori hanno sottolineato,è stata una delle più rozze nella storia degli Stati Uniti d’America – è che il mondo ha imboccato la sconfortante direzione della distopia di Idiocracy. E ci dice che nel nostro piccolo ci comportiamo troppo spesso come Trump in miniatura: arroganti, bugiardi, pretenziosi, intransigenti, avidi, chiusi in noi stessi. I miseri riflessi di un mondo nel quale garbo, onestà, ponderatezza, altruismo, ironia stanno diventando eccezioni. Quelle che sussumeva un uomo che proprio ieri s’è congedato dall’universo dei vivi: il professor Umberto Veronesi.

Chiunque benedica il tetto della democrazia sa che accettare la sconfitta è il segno evidente del suo principio fondante: il rispetto delle libertà altrui. Però sa anche che da questo 8 novembre 2016 il mondo cambia irrimediabilmente. E non è certo quel che si aspettava.