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Se a rovinarci addosso sono i formalismi

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S i dice che il diavolo si annidi nei dettagli. Quei piccoli segni cui spesso non facciamo caso, ma che alla fine dei conti fanno tutta la differenza del mondo. Financo la differenza tra la vita e la morte. La morte che lo scorso venerdì 28 ottobre è piovuta sull’ignara testa del 68enne Claudio Bertini, il quale transitava lungo la statale 36 Milano-Lecco proprio mentre un cavalcavia gli crollava addosso.

Le immagini hanno fatto e rifatto il giro di web, telegiornali e giornali. Un’indagine è stata avviata dal procuratore di Lecco, Antonio Chiappani. La ditta verso cui era diretto il tir con un carico eccezionale è stata sentita. Le evidenze di un vecchio modo costruttivo anni Sessanta (con l’uso di selle a sorreggere la campata centrale in luogo di una struttura poggiata sulle due pile all’estremità del cavalcavia) sono state spiegate. Così come sono stati spiegati gli altrettanto evidenti interventi correttivi (le parti più chiare del cavalcavia), avvenuti tramite iniezione di resine che rinforzassero il calcestruzzo levatosi in luogo di due precedenti sfregamenti di camion (troppo alti o con carico sporgente) lungo la SS36. E abbiamo pure amaramente appreso dai media della mancata tempestività d’intervento, allorché (poche ore prima del crollo) un cantoniere avvisò il funzionario provinciale di calcinacci precipitati dal cavalcavia, salvo sentirsi rispondere che Anas avrebbe dovuto inoltrargli un modulo ufficiale di segnalazione. Poi, proprio mentre il dirigente Anas stava arrivando sul posto, ecco l’irreparabile che ha distrutto una vita umana.


 

D icevamo dei dettagli, dell’inequivocabile che non vediamo. Di segni e segnali latenti: come quelli che da anni erano registrati e archiviati entro il perimetro della rete digitale alla quale tutti noi abbiamo accesso. Lì, davanti ai nostri occhi (e soprattutto a quelli di chi è preposto a vigilare), nell’archivio satellitare che da guidatori e geografi postmoderni consultiamo ogni giorno: Google Maps.

Stavano lì, datate luglio 2016, le immagini del cavalcavia di Annone Brianza. E ad un occhio tecnico non sarebbero mai potute sfuggire le crepe evidenziatesi su un solo lato del ponte. Il dettaglio che in un baleno ci dice tutto di un’usura formatasi per un carico sbilanciato soltanto su una parte del cavalcavia; e che gli accertamenti e le testimonianze di questi giorni chiarificano: il “carico eccezionale” non era un passaggio straordinario lungo quell’arteria, ma una routine fatta di tir che quotidianamente trasportavano pesanti bobine d’acciaio presso una ditta. Un viaggio d’andata con 30 tonnellate per ciascun automezzo a gravare su quel lato del ponte e un viaggio di ritorno a carico vuoto.

 

TEcco spiegato il prodursi di quelle crepe evidenti anche per chi non mastica calcoli d’ingegneria tutti i giorni, ma che vieppiù avrebbero dovuto suonare come una campanella (anzi un campanone) d’allarme nella testa dei tecnici di Provincia (e di Anas per la SS36 sottostante) preposti alla vigilanza delle infrastrutture e responsabili del rilascio di autorizzazioni al transito. Autorizzazioni che dovrebbero sempre accompagnarsi a una unitarietà di intenti nel seno di una seria programmazione dell’ente deputato al controllo.


 

Una programmazione che parta da un censimento (costantemente aggiornato) delle condizioni di ogni singolo manufatto; e che comprenda l’acquisizione di tutta la documentazione disponibile, in termini di tipologia costruttiva, materiali, storia degli interventi manutentivi effettuati, verifica dell’adeguatezza alle modificate condizioni del traffico e alle mutate condizioni ambientali. Un piano che deve concentrarsi in un unico soggetto – nel caso specifico, secondo il principio di sussidiarietà, la Provincia – dotato di adeguate risorse umane ed economiche, nonché di una efficiente, competente ed elastica struttura tecnica e di tutte le funzioni inerenti alla corretta gestione delle strutture viabili. Autorizzazioni all’uso delle stesse comprese.

Tutti dettagli che, nella mala pianta di una burocrazia capace di esaltare soltanto l’ottusità dei suoi formalismi, possono diventare diabolici. Un altro vecchio adagio ci ricorda però di diavoli fattori di pentole ma non di coperchi. E la verità bolle sempre e può essere scoperchiata anche da sotto le macerie di un cavalcavia.