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Quella finta parità vocalica

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L a diversità per essere uguali. Pare questo il principio calato (da chissà chi) sulla lingua italiana e sul nostro modo di percepirla attraverso un telegiornale o la lettura di un quotidiano. Cambiare in ossequio a un (presunto) politicamente corretto.

Stiamo parlando di quella piccola gambetta che s’abbassa al passaggio della nuova regola (?) di turno. Quelle “o” che da mesi nel nostro Paese si sono trasformate magicamente in “a”, come un inchino grammaticale alle rivendicazioni di ruolo. Così, se a parlare è una donna, non abbiamo più il ministro ma la ministrA, niente più sindaco ma sindacA, niente più assessore ma assessorA.


 

È il riflesso distorto del nostro modo di semplificare le cose, di una tendenza a vederle bianche o nere. Ad assegnare come una mostrina da esibire la “o” ai maschietti e la “a” alle femminucce. Un metodo che a guardarlo più da vicino non mette tutti (uomini e donne) sullo stesso piano, ma ancor di più separa in virtù di una mera distinzione sonora.

Ma ciò che conta quando definiamo chi esercita una professione non dovrebbe essere il contenuto piuttosto che la forma? Non dovrebbero contare le competenze e le conoscenze piuttosto che l’abito indossato? Non dovrebbe avere valore quel che facciamo piuttosto che come appariamo? Non dovrebbe essere la funzione a prevalere sulla finzione?


 

S ì, perché quella parità vocalica messa in atto da tempo in Italia pare proprio essere l’abito finto di chi è attento ai formalismi ma tralascia la sostanza. Perché, che cosa importa se sia un magistratO o una magistratA a giudicarmi? O che sia una medicA o un medicO a curarmi? Ciò che conta è che lo faccia nel miglior modo possibile, mettendo in campo le proprie qualità, al di là del fatto che sia uomo o donna. Al di là di quella finta parità vocalica che vorrebbe affermare la differenza di un genere rispetto a un altro. Nell’anno 2016.

E allora prepariamoci a vedere una bella sfilata di nuovi personaggi. Prepariamoci a vedere volare nei cieli il pilotO, a sorpassare il camionistO, a pagare l’elettricistO, ad ammirare l’astronautO, a portare il bimbo dal pediatrO, a curarci le carie dal dentistO. E magari, chi lo sa, forse un bel giorno potremo udire la musica di un pianistO che si prodigherà entusiastO ad accompagnare i versi di un poeto dall’animo altruistO mentre domanda all’uomo che batte sulla tastiera: or dunque lei è un giornalistO!