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Fuocoammare

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L’educazione dello sguardo Mediterraneo


C on frasi slacciate che si accostano al nostro occhio. Così scava nelle nostre pupille Fuocoammare di Gianfranco Rosi, affinché ci sforziamo di correggere la nostra vista e collegarle tutte in un solo discorso. Sono frasi terragne e nodose come gli alberi di ulivo attorno ai quali conosciamo il piccolo Samuele impegnato nel giocare con la fionda.

Sono sensazioni visive che ci fanno atterrare sul suolo di Lampedusa tra il pigolio degli uccelli e quelle parole siciliane che si strascicano come reti da pesca sul fondo del mare: quelle con cui Samuele spiega (all’amico Matias) come costruire una buona fionda e come ben dirigere la pietra verso il bersaglio; quelle con cui il medico dell’isola Pietro Bartòlo spiega (a noi) come non ci si possa mai abituare all’atroce dolore di un cadavere; quelle della signora Maria che spiega (al marito) il suo amore tramite la voce surrogata della radio e i gesti silenti di un letto ben fatto; quelle del padre stanco che spiega (al figlio Samuele) l’agra vita del pescatore.

 

Sono poche parole che si rincorrono come in un girotondo, che si ripetono nel ritornello cantante del siciliano quasi a volersi confermare nelle piccole cose della vita di Lampedusa. È lì che ci porta Rosi, a vedere una Lampedusa diversa, lontana dai limpidi sogni turistici da cartolina, malinconica nella sua isolitudine. È una Lampedusa bagnata dalla pioggia, scossa da tuoni che agitano Samuele e lasciano invece imperturbabile sua nonna, seduta sulla seggiola, con ago e filo in mano, a cucire e saggiare il tempo.

Il tempo lento di un’isola, il tempo lento delle cose compìte, il tempo lento dei visi intagliati nei fichidindia. Il tempo lento del mar Mediterraneo che pian piano disvela nella lente documentaristica di Gianfranco Rosi la tragedia di quei migranti che cercano la speranza di un’altra libertà terrestre. Così si saldano all’identità di Lampedusa i visi scarni di uomini, donne e bambini giunti dall’altro lato del Mediterraneo e idealmente sorretti – perché tutti possiamo vederli – dal canto-preghiera di un gruppo di nigeriani messi in salvo: una specie di gospel dall’animo rap che racconta quasi in presa diretta il passato prossimo della propria disperazione.

Fuocoammare trascende i generi come riflesso di quei confini permeabili che l’isola di Lampedusa ci mostra nell’accoglienza dei migranti, senza per questo parlare solo di migranti.

 

Altisonanti come gli ululati dei fuochiammare che durante la guerra lasciavano attoniti sulla terraferma i pescatori-isolani. Ora sono altri fuochi che straziano la superficie marina. E Rosi lo dice mostrandoci le storie minute di Lampedusa, mettendo al centro Samuele e facendo del suo occhio pigro la più lampante e perfetta metafora del nostro sguardo che non sa (non vuole?) mettere a fuoco l’eco di una tragica migrazione che tocca tutti.

Lo fa lasciando spesso in ombra l’inquadratura, a rendere evidente la nostra fatica (pigrizia?) ad accostarci alle cose. Lo fa senza mai esibire la brutalità morbosa dell’investigazione, concedendo solo una breve e oscura discesa nel ventre di un peschereccio diventato necropoli, in quella terza classe ove indistinti si ammassano corpi senza vita. E alla fine tutti i segmenti di Fuocoammare sono come le onde del mare: solitudini che compongono un unico fluido paesaggio fatto di sopravvissuti, che abitano sotto la medesima luna ondeggiante sopra il capo ansioso del piccolo Samuele.

 

È l’ansia di chi ha paura del mare ma vuole capire. L’ansia di chi sta nel limbo tra infanzia e adolescenza ma si fa simbolo dei nostri timori adulti, delle nostre paure sprofondate sott’acqua. Lì, nel buio silenzio dove scende il sub ripreso da Rosi, dove le parole vengono meno, dove le distanze si annullano, dove impariamo a guardare. È come nei versi che lo scrittore messinese Stefano D’Arrigo compose in Pregreca:

“Oh disegni dell’aurora, quali / sogni di libertà detti / in gergo di congiurati / rei confessi vi furono allusi, / quali pegni inespressi, stretti / da mani di vivi con occhi / di morti come nodi al fazzoletto, / con la fatalità di chi / emigra e si riposa vinto / nella posa del feto, / i pugni chiusi sugli occhi, / i ginocchi contro il petto / come in ventre al mistero, in un segreto / barlume di labirinto”.

Poesia per i migranti siciliani, un tempo. Poesia per chi giunge in Sicilia, oggi.

Titolo originale: Fuocoammare.
Anno: 2016.
Regia: Gianfranco Rosi.
Sceneggiatura: Gianfranco Rosi, Carla Cattani.
Fotografia: Gianfranco Rosi.
Montaggio: Jacopo Quadri.