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La lettura secondo Keating

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C orreva l’anno 1996, Lady D sarebbe morta dodici mesi più tardi, le Torri Gemelle stavano ancora al loro posto e i cellulari avevano la pesante forma di una mattonella Motorola portata a scuola da un compagno di banco come pegno di rara avanguardia tecnologica. Era un tempo da studente che ancora non conosceva le meraviglie del possibile Internettiano. Insomma, le distrazioni potevano avere tutt’al più il profilo scintillante della biondona di quarta per la quale s’apparecchiava un plotone di osservatori nel lasso di tempo tra le campanelle della ricreazione.

Era un tempo che richiedeva tempo: nel cercare, sfogliare, trovare, riportare, elaborare. Il tempo lento della carta, quello della lettura che potevamo amare oppure odiare. Tutto dipendeva da chi te la sapeva insegnare. Il tempo delle scuole medie superiori, dei licei e delle professionali. Un tempo che poteva fare della letteratura la scoperta più bella, quella che sarebbe diventata parte integrante della vita di ciascuno, al di là dei nostri mestieri futuri.


 

E ppure, già allora vi erano ostacoli di carta a mettersi di traverso sulla strada della lettura. Ostacoli pesanti come antologie composte da migliaia di pagine. Fu lì che scoprii la gravosità della parola “tomi”. Non v’è qui intenzione di muovere guerra alla chiarezza didattica di molte antologie letterarie, quanto piuttosto a un modo di concepire l’insegnamento della letteratura che passa per la compilazione di esercizi a margine, guide alla lettura, analisi del testo.

Appendici che per lo studente diventano il focus verso cui rivolgere l’attenzione. Così tutto diventa come il capitolo “Comprendere la poesia” di Jonathan Evans Prichard in quella formidabile pellicola che è L’attimo fuggente del regista Peter Weir. In una delle prime scene vi è tutto il senso della letteratura, nelle parole del professor Keating (alias Robin Williams) vi è tutto il senso di un metodo d’insegnamento da prendere a modello:

“Non stiamo parlando di numeri ma di poesia. Ma si può giudicare la poesia facendo la hit parade? Gagliardo Byron, è al quinto posto ma è poco ballabile […] Strappate la pagina. Anzi, strappate tutta l’introduzione. Vai con Dio J. Evans Prichard, professore emerito […] Continuate a strappare ragazzi. Questa è una battaglia, una guerra; e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Armate di accademici che avanzano misurando la poesia. No, non lo permetteremo. No, basta con i J. Evans Prichard! E ora miei adorati imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo”.


 

Le parole della letteratura che troppo spesso a scuola non riusciamo ad amare, ficcati come siamo entro le geometrie di specchietti che vivisezionano una poesia, un brano, le frasi di un autore. Le parole di un uomo. Ma è solo rendendo viva quella materia (sia essa poesia o prosa), mostrandocene le sfumature intense, drammatiche, divertenti che un allievo può porsi delle domande sulla vita. Ed è l’insegnante che sa far rivivere quelle parole a poter allestire lo spettacolo più bello per i ragazzi: il piacere della lettura.

Invece, troppo spesso ciò che viene prodotto con tutti gli orpelli esemplificativi che infarciscono le antologie è la noia, la noia che negli anni si trasforma in indifferenza e talvolta in dispregio per una letteratura che, in fondo, pare non dare nulla di concreto. Ma che cosa c’è di più concreto della vita umana. Ancora il professor Keating ci viene in soccorso:

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. La poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore: sono queste le cose che ci tengono in vita”.


Nel nostro cuore da uomini di domani saranno le parole dei poeti e dei romanzieri a rimanerci accanto. E con esse ci sarà la figura di quell’insegnante che ce le ha fatte amare. Un insegnante che non nasconde la propria personalità nella selva di esempi ed esercizi, ma un insegnante che sa mettersi in gioco, sa rischiare perché anche i suoi allievi possano farlo.


 

Docenti che ci aiutino a usare la letteratura come lente d’ingrandimento per leggerci meglio, a usare una materia letteraria che dovrebbe essere il cardine di ogni percorso formativo (e non solo affare dei licei). Diceva Francesco Dell’Oro in un articolo apparso l’anno scorso sul Corriere della Sera: “Uno dei problemi più importanti della scuola riguarda la formazione e la sensibilità pedagogica di molti insegnanti” […]. Il problema è quello di “istituzioni che hanno un unico obiettivo: difendere e sostenere un’organizzazione scolastica più funzionale a un sistema rigido e immodificabile di materie, ruoli, orari e programmi piuttosto che alla valorizzazione dei talenti delle nuove generazioni. […] Gli adolescenti non sono dei contenitori da riempire con quintali di informazioni, peraltro soggette a rapida obsolescenza”.

La letteratura non è la somma di estratti di carta da inscrivere entro grafici e regole di interpretazione. La letteratura è il pensiero dell’uomo, non solo di chi l’ha scritto in un determinato momento e luogo, soprattutto il pensiero di chi rilegge quelle parole, il pensiero di studenti che si preparano a trovare ciascuno la propria voce. Per potersi poi guardare intorno, scrostare la patina di pregiudizi e affacciarsi su prospettive inaspettate. Per vivere una vita piena. Quella che può essere accesa dalla scintilla di un insegnante che sappia trasmettere il piacere di scegliere la letteratura. Il professor Keating docet.