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D ieci anni fa moriva Oriana Fallaci. Una giornalista rigorosa, una scrittrice appassionata, una donna innamorata, che sceglieva la verità e per essa sapeva combattere, decidere, scrivere.

Una donna che sapeva dire cose così: “La felicità è un bacio inaspettatamente pudico sulla mia fronte mentre il vento fruscia tra i rami d'ulivo e ci porta la cantilena del mare“v” (da Un uomo). E altre così: “v”C'è il declino dell'intelligenza. Quella individuale e quella collettiva. Quella inconscia che guida l'istinto di sopravvivenza e quella conscia che guida la facoltà di capire, apprendere, giudicare, e quindi distinguere il Bene dal Male [...] Siamo meno lucidi, memo svegli, di quando non avevamo quel che serve o dovrebbe servire a coltivare l'intelligenza. Cioè la scuola accessibile a tutti anzi obbligatoria, l'abbondanza e l'immediatezza delle informazioni, l'Internet, la tecnologia che rende la vita più facile” (da La forza della ragione).

 
 

Nessuno come Oriana Fallaci sapeva scegliere con tagliente precisione le parole da far succedere l’una all'altra. Sapeva leggere il valore della democrazia pesandolo con il coraggio della libertà, eliminare le ambiguità senza scadere nel turpiloquio, leggere fra le righe della realtà con l’accuratezza di chi studia per capire. Nessuno era Oriana Fallaci.