parallax background

Pensare, poi parlare: il semplice algoritmo del ragionare

Cinque cerchi e una carezza in un pugno
22 agosto 2016
Quando la provocazione satirica oltraggia la libertà
6 settembre 2016
 

V e li ricordate gli algoritmi che si facevano a scuola per la risoluzione dei problemi? Quelli che stanno alla base del ragionamento scientifico e che gestiscono le più complesse architetture informatiche di cui disponiamo oggi?

Erano basati su semplici domande e altrettanto semplici risposte. Su implicazioni e azioni esclusive (non intese come cose d'élite ma nel senso che una decisione ne esclude un'altra). Seguivano la logica di un percorso fatto di frecce, punti interrogativi e forme geometriche.


 

P roprio uno di questi schemini sta girando in questi giorni sui social. Uno schema semplice semplice che ci ricorda quanto parola e pensiero siano legati da un rapporto biunivoco e necessario a dare senso alle cose. Un rapporto che prende vita facendo un'altra semplice cosa: informandosi. Ossia dando forma ai nostri pensieri (muti), solo allora da rivestire di suoni o lettere dall'aspetto di bit.

Un po’ quello che la mia maestra delle elementari ricordava sempre a noi bambini desiderosi d'imparare: “Prima di parlare, pensiamo tre volte”. Diamo le giuste pause a quel che diciamo, proprio come si faceva alle elementari quando s'iniziava a leggere, e dopo ogni punto fermo alla fine della frase si contava mentalmente fino a tre per dare tono alla lettura.

Ecco quel che ci basterebbe (e per leggere bene e per parlare bene): fermarci, pensare, capire, pensare ancora. E poi, forse, parlare. Una cosa semplice semplice.