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Cinque cerchi e una carezza in un pugno

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E sono finite con il luccichio dell’argento le Olimpiadi di Rio 2016 per la Nazionale azzurra. Sul secondo gradino del podio nella finale “maledetta” della pallavolo maschile, con i ragazzi di coach Blengini battuti dai padroni di casa (e da decisioni arbitrali contrarie alla logica evidenza proprio nei momenti cardine della partita).

Sipario giù per i XXXI Giochi Olimpici con l’Italia e il Coni che tornano in Europa con un bel carico di medaglie: 28 (8 ori, 12 argenti, 8 bronzi). Torniamo tutti a casa, anche noi che su smartphone, pc e tv abbiamo preso parte a distanza all’agone sudamericano a cinque cerchi. Esultando, rammaricandoci, rimbrottando, dispiacendoci, emozionandoci, sorprendendoci. Esibendo un campionario di stati d’animo che soltanto lo sport può regalare.


 

N ell’Olimpiade che ha descritto per l’ennesima volta la grandezza di re Usain Bolt sul palco dell’atletica, noi siamo stati ancora una volta nell'angolino polveroso a bordo pista abbracciando mestamente un altro ‘zero’ (nessuna medaglia come ai Mondiali 2015) e rimpiangendo rabbiosamente l'unico che avrebbe potuto salvare (provvisoriamente) il movimento: Alex Schwazer.

Ma dopo quattro anni siamo ancora una Nazionale che sa affondare colpi di spada e fioretto (anche se il nostro glorioso passato ci faceva sperare in altro bottino); che sa sparare con mira da cecchino (il doppio oro di Niccolò Campriani è da brividi); che sa tuffarsi (grazie Tania per l’ennesima prova da campionessa); che sa lottare (dal judo di Basile e Giuffrida all’amaro bronzo di Frank Chamizo nella lotta); che sa fare squadra (pallanuoto e pallavolo non deludono mai e il beach volley è la più lieta delle sorprese).

Certo, siamo sprofondati nel pugilato e ci sono mancati metalli preziosi nel nuoto (alle Olimpiadi subiamo forse la pressione psicologica), nel canottaggio, nella canoa e in quella ginnastica artistica e ritmica con cui siamo rimasti a ridosso del podio. Certo, il primo giorno siamo scivolati tutti di sella insieme a Nibali lanciato verso un probabile oro.

 

 

E ppure la bicicletta ha saputo restituire emozioni da medaglia col bronzo di Longo Borghini tra le donne. E ha saputo donarci quella che forse rimane la vittoria più bella di tutte, il compendio perfetto dell’Olimpiade: l’oro di Elia Viviani nel ciclismo su pista.uell'oro che il 27enne di Isola della Scala aveva mancato a Londra 2012 (allora fu 6°). Quell’oro che all’interno del trittico di prove che costituisce l’omnium, Elia ha rincorso più di tutto.

Quell’oro che a un certo punto sembrava di nuovo essergli sfuggito, allorché una manovra dell'asso delle volate Mark Cavendish l’aveva fatto cadere a terra. L’azzurro che si rialza, riprende la bici, ingrana di nuovo la marcia e si lancia nel velodromo brasiliano. La maglietta bianca con il tricolore che riguadagna ritmo, che sa destreggiarsi da vero campione negli scampoli di spazio tra le ruote di quei proiettili a due ruote lanciati nell’anello. Elia Viviani è di nuovo in testa, ha più punti degli altri. In una gara che è fatta d’equilibrismo, riflessi e velocità pura, il nostro Elia è il numero uno. Controlla, spinge, sprinta, vince. Vince quell’oro inseguito da tempo, quell’oro al quale pensava - lui corridore su strada in forza al team Sky - ogni volta che da casa partiva in bici per andare ad allenarsi presso l'unico velodromo coperto d’Italia a Montichiari. Quell’oro che è fatto di sforzi, sacrificio, imprevedibilità, fatica, volontà, affetti.

E dopo aver levato i pugni al cielo sulla linea del traguardo, posata la bicicletta, è l’abbraccio con i genitori e la mano della mamma di Elia Viviani sulla sua guancia a dirci più di tanti lunghi commenti come questo. A dirci tutto dell’emozione olimpica e della gioia della vittoria sono due gesti tanto semplici quanto perfetti: una carezza in un pugno.