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Un vibrante salto temporale per salvare K (e la Terra)


B astano due lettere a Barry Sonnenfeld per fare ancora una volta centro: J e K. Due segni grafici in completo nero, tanto vicini nell’alfabeto quanto distanti nei caratteri esibiti con sopraffina naturalezza da Willie Smith e Tommy Lee Jones. Basta nominarli per evocare quella strana coppia ormai entrata di diritto nella hall of fame dei più famosi duo cinematografici. Di nuovo in scena per il terzo capitolo di Men in Black, al medesimo tempo sequel e prequel di quel che fu al principio nel lontano 1997.

 

Tre lustri dopo, la segreta agenzia di controllo del flusso alieno sulla Terra torna ancora più luccicante, portando sullo schermo la brillante sceneggiatura di Etan Cohen e dando materia al suggerimento di Smith per un crossover temporale che potesse far scavare nella misteriosa giovinezza del compìto O.

Ed ecco che ci ritroviamo a vivere un’altra avventura fra bizzarre forme aliene, armi e oggetti di strabiliante fascino (grandioso il giroscopio inventato dallo stesso regista), apparizioni di personaggi famosi (Andy Warhol che in realtà era un agente MiB sotto copertura), eventi epocali (il viaggio dell’Apollo 11 verso la Luna), uno sfrenato balsamico citazionismo e l’incredibile incontro tra l’agente J e il giovane agente K, interpretato come perfetto sosia di Tommy Lee Jones da un convincente Josh Brolin.

Josh Brolin diventa il giovane agente K al fianco di Will Smith in questa terza grande avventura degli uomini in nero che miscela humour e intensità drammatica in un perfetto composto sci-fi.

 

Un salto temporale con il quale J tenta di salvare la vita al K del futuro, messa in pericolo da Boris L’Animale (Jemaine Clement), unico sopravvissuto della razza dei Bogloditi e riuscito a fuggire dal Lunar-Max, carcere di massima sicurezza creato sulla Luna e nel quale era imprigionato da quarant’anni: ossia da quel 1969 in cui l’agente K l’aveva arrestato amputandogli un braccio. Scenario complicato? Bè, non così tanto finché la missione vera e propria ha inizio, allorché l’evaso Boris decide di tornare al 1969 per uccidere K e creare un presente in cui i Bogloditi invadono la Terra, in cui K non esiste, in cui soltanto l’agente J se ne ricorda, supportato dalla tesi dell’agente O (Emma Thompson) su una possibile frattura temporale dentro la quale J si fionda con l’aiuto di un dispositivo fornitogli da Jeffrey Price verso quel 15 luglio 1969, ossia ventiquattr’ore prima che Boris uccida K e cambi il destino dell’universo. Ora sì che tutto è più complicato, no?

Un frullato di emozioni che ci tiene incollati allo schermo per seguire le peripezie di questi eleganti agenti segreti finiti in un corridoio temporale che può ancora disegnare un futuro nel quale K esista e sia il partner dell’agente J. Un futuro dove tornare grazie all’aiuto del bizzarro Arcaniano Griffin (Michael Stuhlbarg) e di quel piccolo ArcNet che i due men in black dovranno piazzare sulla punta dello shuttle diretto verso la Luna, perché una volta liberato nell’atmosfera si trasformi in un inscalfibile scudo spaziale attorno al pianeta Terra.

 

La fantasia del garbuglio narrativo e la verve delle coppie Smith/Brolin e Smith/Jones sono gli ingredienti perfetti per il capitolo più riuscito dell’intera serie, mostruosa avventura che nessun neuralizzatore può cancellare. Un’incursione nel mondo di Barry Sonnenfeld che sa riservare momenti emotivi di grande impatto, portandoci al principio generatore della seriosità di K (la morte del padre di J quel giorno a Cape Canaveral quando catturò Boris) e mostrandoci tramite Griffin tutti i possibili destini che le nostre scelte possono determinare. A volte basta poco per stupire e incantare: solo qualche lettera in giacca e cravatta.


Titolo originale: Men in Black 3.
Anno: 2012.
Regia: Barry Sonnenfeld.
Sceneggiatura: Etan Cohen (basata sul fumetto di Lowell Cunningham).
Musiche: Danny Elfman.
Fotografia: Bill Pope.
Montaggio: Don Zimmerman.