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L’emozione che cancella la matematica

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C’ è un’architettura che regge le cose del mondo, sottile quanto un segno di grafite sulla carta eppure sostanziale nel descrivere un paesaggio. Quell’architettura è la matematica. Una disciplina che è studio dei numeri e delle misure, del calcolo e dello spazio, di modelli e strumenti per altre scienze. Essa stessa una scienza improntata all’apprendimento (dal greco mathematikós, incline all’apprendere). La matematica è la forma mentis dell’uomo, capace di trovare sempre soluzioni ai problemi.

Eppure, come un segno di matita cancellato dalla veemenza di un bimbetto, ogni giorno la matematica rischia di scomparire. E con essa quel metodo scientifico che è la nostra sola bussola in questo universo. Come accade? Accade com’è accaduto venerdì 29 luglio, scontrandosi con la faciloneria e il ricorso all’etereo impulso emozionale: stiamo parlando del caso del ponte di Celico (paese del cosentino) sul quale corre la strada statale 107.

Un ponte che in un filmato postato sulla pagina Facebook “Cosenza” – condiviso da centinaia di utenti e ripreso da giornali (anche di un certo spessore) – ha fatto gridare all’allarme (“Il ponte di Celico sta per crollare”) con fermo-immagine e frecce che evidenziavano il (presunto) imminente collasso della struttura. Titoli scioccanti, commenti virulenti contro Anas, parlamentari che espongono perché “si eviti il disastro”, blogger che si scagliano contro i poteri forti (su tutti Selvaggia Lucarelli con un insensato attacco diretto al presidente del consiglio Matteo Renzi).

 

 

M a il ponte sta realmente per crollare? La matematica ci viene in soccorso e la risposta è chiara e inoppugnabile come la verità dei suoi numeri: No. Il ponte di Celico non sta per crollare e per appurare la cosa bastava adoperare quel metodo scientifico che con ponderata ragione ci conduce sempre a una soluzione e ci mette al sicuro dagli impulsi emozionali (di una fotografia o di un video).

Quell’appello matematico che avrebbe evitato di generare una falsa informazione con una semplice telefonata al dirigente Anas, così da appurare la reale situazione: ossia un normale degrado nel punto di giunzione di due tratti a mensola della sede stradale che corre lungo il viadotto. Un’opportuna segnalazione all’Anas sarebbe dunque bastata per porre rimedio (senza che mai vi fosse pericolo di crollo) con un intervento di manutenzione, e avrebbe evitato di costruire una (falsa) notizia laddove non ve n’era nemmeno l’ombra.

Ma è proprio questa progressiva erosione dello habitus mathematicus a creare falle nell’esercizio del ragionamento. Un’erosione che la chiacchiera fulminante della rete esercita per alimentarsi e giustificarsi sotto il “democratico” vestigio della vox populi. Di una voce che onda dopo onda s’ingrossa sempre più con la forza della critica e del turpiloquio, che proprio ieri si sono palesati nel tritacarne di Facebook in seguito a un’altra notizia riportata dal Secolo XIX.

 

 

U na notizia condivisa sul social di Menlo Park con il seguente lancio: “Tenta di darsi fuoco davanti alla moglie e ai figli”. Il racconto di un dramma, che nei commenti sottostanti ha generato però un profluvio di insulti razzisti in difesa del poveretto e contro gli immigrati che presuntamente “tolgono lavoro a noi”, “devono tornare a casa loro”, eccetera, eccetera. Finché qualcuno non è andato oltre il titolo (leggendo l’articolo!) e nel successivo commento ha fatto notare come in realtà si trattasse di un 38enne marocchino, sfrattato e senza lavoro.

Anche in questo caso è il prevalere del lato emozionale su quello analitico, la smania a digitare piuttosto che ragionare. Ed è lo stesso meccanismo che sta portando il grosso dell’informazione su Internet a produrre impressioni, a suscitare emozioni. E raramente a condurre ragionamenti. Ci stiamo allontanando da quel metodo scientifico che ha sempre guidato l’homo faber, per cedere alle lusinghe della distrazione e di un sistema che così com’è congegnato (nonostante pochi vadano oltre la semplificazione di un titolo), si contenta del gradimento dei molti. Di un dito che pigia sul “mi piace” ma non produce nulla di buono. Come camminare sulla passerella di Christo: un’esperienza giocosa ma che alla fine non ci conduce da nessuna parte, non ci fa scoprire nulla. Davvero vogliamo trasformarci da homo explorator in homo ludens? Davvero vogliamo ignorare che siamo fatti di matematica?