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Terminal, The

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Le promesse sospese dentro una falla


S Semplicemente ‘inaccettabile’. È il destino di Viktor Navorski (Tom Hanks), apolide per un colpo di Stato alla sua Krakozhia e bloccato nella sala arrivi dell’aeroporto JFK. Catapultato nell’anticamera degli Stati Uniti d’America, Viktor Navorski è il piccolo grande eroe che anima con grazia magistrale il film diretto da Steven Spielberg, l’uomo finito in una falla del sistema ma ligio nell’attendere, come ordinatogli dal ferreo commissario Frank Dixon (Stanley Tucci).

 

Ed è grandioso vedere come Tom Hanks caratterizzi un personaggio che meglio non potrebbe riflettere la condizione dello straniero, così affine a quella di un bambino, che tutto deve imparare per adattarsi alle incomprensibili regole del mondo adulto. Ogni sforzo di Viktor Navorski è teso ad apprendere, a rendere proficuo quell’indefinito tempo d’attesa nel quale è stato precipitato, uno e indistinto nella moltitudine del non-luogo per eccellenza, di una prigione luccicante di colori, suoni e persone.

Ma in quel forzoso micromondo Viktor Navorksi non perde il sorriso e, nonostante tutti i guai che gli accadono, sono disarmanti la sua gentilezza e la commovente perseveranza nel guardare al lato positivo. Così lo seguiamo nell’imparare la lingua inglese, nel raccogliere i carrelli abbandonati per ricavarne monetine, nell’aiutare Enrique Cruz (Diego Luna) a conquistare il cuore dell’agente Dolores Torres (Zoe Saldana), nel cercarsi un lavoro per un piatto di cannelloni con l’attraente Amelia Warren (Caterine Zeta-Jones). E nelle sue goffaggini, fra gli errori di pronuncia, nelle ingenue espressioni si celano risate che ci fanno amare senza riserve Viktor Navorski.

Nel non-luogo per eccellenza siamo tutti Viktor Navorski fermi nell’anticamera di una promessa da esaudire, bloccati in una cristallina bolla che Steven Spielberg muove con la consueta leggiadria.

 

Capace di essere frizzante, morbida e malinconica, la musica di John Williams si mescola perfettamente alle note jazz che sentiamo mentre Viktor lavora (assunto come manovale in nero); e scopriamo solo allora che è proprio il jazz a riempire quel barattolo di noccioline custodito come un prezioso sogno nel vecchio Gate 67. Mentre l’aerea penna di Sacha Gervasi e Jeff Nathanson ribalta la prospettiva kafkiana dell’uomo perseguitato dalla burocrazia, facendone la volitiva speranza a evadere dal paradosso.

Viktor Navorski è continuamente messo alla prova, ma ogni volta riesce a inventarsi una soluzione: fa restituire a un uomo russo le medicine per il padre morente. E ogni volta riesce a stupirci: per Amelia costruisce una replica della fontana che Napoleone donò a Giuseppina. E arriva a commuoverci, quando scopriamo che nel barattolo vi è la promessa fatta al padre sul letto di morte: andare a New York City per l’autografo mancante alla collezione dei più grandi jazzisti.

 

Eppure, anche quando la Krakozhia viene liberata, rimane un ostacolo fra Viktor Navorski e la città di New York: Dixon, che gli sbarra la strada con la minaccia a quelli che al JFK sono diventati suoi amici. Viktor desiste, ma il vecchio Gupta (Kumar Pallana) si sacrifica per lui. E il sorriso del serioso agente Thurman (Barry Shabaka Henley) è il lieto lasciapassare che sovverte il meccanismo delle leggi, il buonsenso che si concentra sulle persone e spalanca a Viktor Navorski le porte dell’America. Il gelido vento dell’inverno spazza il marciapiede innevato del JFK, Viktor si tuffa nel sogno di suo padre per regalarlo a lui, a sé, a tutti noi. Perché in fondo siamo tutti Viktor Navorski, tutti in attesa con il nostro barattolo di promesse. E nel Terminal che il designer Alex McDowell ha ricostruito per Steven Spielberg si compie questa piccola grande magia.


Titolo originale: The Terminal.
Anno: 2004.
Regia: Steven Spielberg.
Sceneggiatura: Sacha Gervasi, Jeff Nathanson.
Musiche: John Williams.
Fotografia: Janusz Kaminski.
Montaggio: Michael Kahn.