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ALENA GRAEDON / Parole in disordine

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Alla deriva in un tecnomondo senza linguaggio


S enza le parole, cosa ci rimane?, ci dice la protagonista Anana nelle prime battute di un romanzo che ci scava come pochi nel nostro inquieto procedere moderno. È Parole in disordine (The Word Exchange in originale) di Alena Graedon, esordiente newyorchese che collabora con The New York Times Book Review e sa condurci dentro un appassionante storia sul senso delle parole, seguendo il ritmo di un thriller fantascientifico.

Una fantascienza nemmeno troppo lontana se all’immersività del Meme che compare nel racconto diamo il volto dei nostri (iperconnessi) smartphone, se al Word Exchange (una Borsa delle parole) facciamo corrispondere l’oblio generato da digitali conferme “mordi e fuggi”, se alla febbre verbale che si diffonde nella luce invernale di Manhattan diamo i connotati della nostra faciloneria a digitare, in un vortice di possessione a colpi di like e retweet, che inconsapevolmente cancella il tempo lento della riflessione, il tempo del pensiero.

E d è come vedersi entro la superficie di un terribile specchio, vedersi e voltarsi per il disgusto di non riconoscersi (o rinnegarsi in quell’immagine specchiata): eccoci lì, dominati dalla frenesia di cercare risposte nei nostri dispositivi, risucchiati nel luccicore di schermi che promettono la conoscenza infinita, smemorati e ondivaghi vagabondi sul margine esiguo di una lettura (ponderata) che rischia inesorabilmente di scomparire. Di finire nel buco nero dell’usa e getta.

Parole in disordine è il romanzo che scoperchia con viva forza il nostro eterno presente di digitatori, immergendoci nell’universo che più di tutto ci appartiene: il linguaggio. Alena Graedon lo fa trasformando il suo libro in un dizionario, come quello (“Dizionario nordamericano di lingua inglese”) diretto dal padre di Anana, Douglas Johnson, la cui esistenza è messa in grave pericolo dalla cupidigia dell’amorale Sinchronic Inc. e dal suo desiderio di svuotare le coscienze con le promesse di una tecnologia sempre più nuova del nuovo.

Ogni capitolo una lettera. Ogni lettera una parola. Ogni parola una storia (o più) nascosta nel suo cuore pulsante. E tutto entro un quadro linguistico-scientifico classicamente tripartito: tesi, antitesi, sintesi. Quando Alena Graedon ci porta nel tempo del Meme, ci dice come nessuno più legga poiché larga parte dell’informazione è generata attraverso macchine e algoritmi, divenendo così poco appassionante; e perché l’uso del Meme stia facendo perdere a molti non solo l’interesse ma anche la capacità di concentrarsi.

L’intrecciarsi delle vicende è magnetico, facendo perno su quel Meme con cui la scrittrice rende omaggio al vocabolo coniato dallo scienziato inglese Richard Dawkins nel 1976, con riferimento all’idea, alla pratica comportamentale che contagia. Un dispositivo che nel romanzo è ben descritto dalla segreta Società Diacronica: “Nei casi più estremi, gli utenti del Meme stanno perdendo il linguaggio […] Se il nostro idioma si restringe, Word Exchange diventa sempre più redditizio”.

 

“E se adesso, immolando il linguaggio, stessimo distruggendo anche noi stessi? Se stessimo regredendo? Se le abilità che un tempo utilizzavamo per sopravvivere – attenzione mutevole, concentrazione diffusa – si fossero adattate a trovare punti luminosi sullo schermo, scandagliare pop-up, proiezioni, email, streaming?”

La scrittrice statunitense Alena Graedon

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La copertina originale del romanzo


 

M a leggere ci aiuta a tornare nel nostro passato, a concentrarci su quel che è stato, a porvi quell’attenzione che il nostro disordinato ping-pong retinico fra le luci degli schermi ci sta togliendo; quel rimbalzare digitale cui nel libro si oppone un vecchio sistema di tubi pneumatici, residuo di un modo di comunicare caduto in desueto, ancora di salvezza per una materia che pare volersi disfare nell’inconsistenza dei bit.

Nello scrigno di Parole in disordine ogni dettaglio è determinante, ogni minuzia ritrova nel flusso narrativo il suo collegamento. Ogni passo è descritto dalla protagonista Anana sotto l’identità di Alice, felice rimando al personaggio di Lewis Carroll. Alice fagocitata dal paese delle (oscure) meraviglie e Alice attraverso lo specchio di una realtà che sta dimenticando le parole, di un mondo nel quale i significati non hanno più significato (sensazione abilmente trasmessaci da alcuni capitoli infarciti di parole sconnesse pronunciate da chi è stato irrimediabilmente infettato della febbre verbale).

Davvero vogliamo vivere in un mondo nel quale i libri siano fuori catalogo? In un mondo nel quale invece di leggere consumiamo flussi di dati? Un mondo nel quale invece di scrivere ci messaggiamo? Dove perdiamo il linguaggio, e con esso la lettera più importante di tutte: la lettera “I”. Quella che definisce “Io” (in inglese proprio “I”), ossia ciascuno di noi, la nostra memoria, la nostra comprensione degli altri. E in definitiva l’amore, che trova il suo senso solo quando è diretto a un’altra persona.

Sono sempre i monologhi seminati da Alena Graedon a fare da monito: “Le parole sono alluvionali, come le formazioni rocciose. I fonemi sono arbitrari. I significati no: maturano dall’esperienza condivisa. Se il linguaggio scivola via dalle persone per venir immagazzinato in un unico posto (Exchange), accessibile solo tramite un dispositivo (il Meme), il rischio è che qualcuno potrebbe cominciare a manipolare le nostre parole in modo talmente sottile che molti potrebbero non accorgersene nell’immediato”.

Suona familiare? Questo non è solo un romanzo, questo è un invito a guardarci. Meglio, a riguardarci. E a curarci. Perché se perdiamo le parole, che cosa ci rimane?