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Nel cono di luce di Edward Hopper

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Anno 1882, ore 7.15 di un pesante 22 luglio. A Nyack, sulle rive del fiume Hudson, emise il suo primo vagito Edward Hopper. Non può che essere stato di prima mattina che avvenne il suo ingresso nel mondo, quando la giornata si sveglia carica del fardello di azioni, compiti, doveri, illusioni e delusioni.

Cominciando a tracciare quel segno di se stesso che poi avrebbe inciso in alta definizione le sue tele. Perché chi c’è in quei dipinti se non Edward Hopper. Chi sta racchiuso nei suoi quadri come un’anima schiacciata tra aspirazione e turbamento se non l’uomo.

 

Quei suoi dipinti che sembravano concepiti per tastare l’indefinibilità, l’inafferrabilità della vita americana, testando in realtà la solitudine umana. E con quella vocazione a diventare inquadrature perentorie per lo sguardo della cinepresa.

Persino quando non c’è alcun personaggio, nei quadri di Hopper è la fragilità quotidiana delle persone che viene descritta. Il turbamento dell’uno, il senso di uomini e donne che chinano il capo o fissano un punto per eludere la propria presenza. Per cercare quel margine di verità che può metterli provvisoriamente in salvo sotto la benedizione di una lama di luce.

Quei suoi dipinti che sembravano concepiti per tastare l’indefinibilità, l’inafferrabilità della vita americana, testando in realtà la solitudine umana.

 

I quadri di Hopper parlano una lingua che è chiara a chiunque: è la lingua dell’incomunicabilità. Un idioma che teniamo nascosto agli altri, ma che conosciamo benissimo, perché ci riguarda da vicino e ci tocca in ogni momento della nostra vita. Così, nei suoi dipinti siamo noi stessi a poterci ritrovare, ogni volta nelle forme decise dal pennello ma dalle tinte riflettenti di uno specchio. Specchiamo le nostre immobilità, i nostri tentennamenti, la soffocante ansia del pronunciarsi. Probabilmente non c’è nessuno più di Edward Hopper che abbia saputo rappresentare l’angosciosa identità del Novecento.