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La pochezza dei governanti di pastafrolla

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U na volta c’erano giganti sulle cui spalle salire per far girare il mondo (Churchill, De Gaulle, De Gasperi, Kennedy); oggi nella maggior parte dei casi dobbiamo contentarci di omini di pastafrolla. E lo devono fare dallo scorso 23 giugno tutti i britannici che, per effetto dell’ennesimo populista referendum, hanno sancito la propria uscita dall’Europa.

Un’uscita alla quale – per molti di coloro che hanno votato per il Leave – s’è sommato il rimpianto-del-giorno-dopo, un sentimento di vergogna e sbigottimento acuito nei giorni scorsi da altri due particolaristici Leave: quelli di Boris Johnson e di Nigel Farage. Proprio loro, i maggiori promotori della Brexit (l’uno in seno al partito conservatore Tory, l’altro quale araldo del movimento indipendentista Ukip) hanno preso il microfono in mano e hanno detto: “Goodbye”.


 

P rima è stata la volta del platinato ex sindaco di Londra, che ha fatto un passo indietro dalla candidatura a potenziale successore di David Cameron come primo ministro. Poi, la notizia che più fa rabbrividire e arrabbiare: la dichiarazione dell’ex broker londinese Nigel Farage, che s’è dimesso dalla presidenza dell’Ukip (United Kingdom Independency Party) con l’addotta motivazione di “aver raggiunto il proprio obiettivo con la vittoria del Leave al referendum” e ora di “volersi riappropriare della propria vita”.

L’espressione di un egoismo che fa a pugni con il tanto paventato interesse per la salute della Gran Bretagna; aggravato ulteriormente dall’espressa volontà di “rimanere seduto a Bruxelles come eurodeputato”, continuando peraltro a percepire uno stipendio da quell’istituzione (l’Europa) che vilipendia da mane a sera. Il segnale di una tronfia incoerenza che avvalora una volta di più la tesi della vacuità politica del personaggio unita all’attrazione vorticosa per il potere.

Insomma, c’è del marcio in Inghilterra. Un marcio che ammorba anche gli scranni laburisti (a favore del Remain) ma surrettiziamente oscurati dal molle comportamento del loro scudiero Jeremy Corbyn. L’unico che ancora non ha lasciato e non vuole lasciare il suo posto, nonostante la sfiducia ricevuta dall’intero suo partito (l’81% si è schierato contro di lui).


 

A ben guardare, la guerra tra ‘rimanere’ e ‘lasciare’ non è soltanto questione di inclusione europea, anzi è soprattutto l’occasione per gli oltranzisti alla Farage di combattere il proprio governo nazionale, gettando sull’Europa la responsabilità degli errori interni. Così, la Brexit è stata l’opportunità di condurre lotte intestine e fare fuori la classe politica del proprio Paese. Le stesse lotte che tanti altri partiti “di pancia” in tutta Europa stanno cercando di portare avanti, non rendendosi conto (o forse sì?) di distruggere il tessuto democratico delle nazioni.

Quel tessuto che vecchi giganti costruirono con ostinazione, poche parole, saldi princìpi e una lungimiranza trasmessa al popolo, che salendovi in groppa imparava ad agire qui e ora ma sapendo guardare lontano. Ma un’acquisizione di sapere che cede di schianto se sotto di noi abbiamo solo omini di pastafrolla.