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B asta un piccolo cambiamento all’interno di un sistema per produrne uno analogo e originare una catena lineare di eventi a ripetizione: è il famoso effetto domino. Quello che la Brexit dello scorso 23 giugno ha avviato, sospendendo l’esercizio di delega ai propri rappresentanti politici tramite un referendum.

Se la democrazia rappresentativa è la forma di governo che nei Paesi democratici abbiamo adottato come miglior collante per la convivenza civile, quel piccolo latineggiante strumento di (apparente) controllo democratico è stato il detonatore che ha fatto deflagrare i nostri stessi Paesi. Uno strumento referendario che ha determinato un epocale stravolgimento nell’ordine politico britannico e mondiale.


 

L a Brexit ha vinto. UK fuori dall’Europa. Le persone meno alfabetizzate del Regno Unito hanno ingoiato la pillola dell’ennesimo manipolo di rivoluzionari (Nick Farage & Co.) senza pensare alle fatali conseguenze. Così, una fetta del regno ha cambiato il destino dell’intera popolazione britannica: una forbice di 638mila persone (questo il vantaggio finale del Leave sul Remain) ha mutato il destino dell’intero pianeta.

È l’inequivocabile segno di una fiumana di gente incapace di leggere la realtà che la circonda: fulminea nel reagire agli squamosi stimoli dei capipopolo piuttosto che essere ponderata nel condurre un ragionamento analitico complesso con cui immaginare scenari. È il difetto educativo di chi ignora le cose a gravare poi sulle spalle di tutti; il bigio riflesso di una società odierna che ha la possibilità di essere la più informata di sempre, ma si accontenta dei titoli cubitali (e non legge gli articoli che li seguono), che ingurgita i lanci dei tg televisivi (e non si forma un’opinione individuale), che ammucchia dati senza la consapevolezza dell’interpretazione, che bela sui social, strepita slogan, sugge i frullati ciarlieri di governanti/parolai come farebbe un topo allettato da una fetta di Camembert in una trappola: quando se ne accorge, è ormai troppo tardi.

 

 

Troppo tardi per pentirsi: come stanno facendo gli operai della Nissan a Sunderland, non credendo – alla vigilia del voto – alla promessa giapponese di dismissione della fabbrica in caso di vittoria del Leave. Troppo tardi per riparare al danno che l’uscita britannica dall’Europa sta già producendo sui mercati finanziari con la sterlina in picchiata da tre giorni; gli scambi commerciali in crisi (quasi certo il futuro ritorno dei dazi doganali); la situazione che precipita per gli immigrati europei che risiedono in UK da meno di cinque anni; i fondi europei che verranno a mancare per le istituzioni scolastiche (università su tutte); gli investimenti stranieri scemeranno (specie nella sacra Premier League che contribuisce per 3,4 miliardi di sterline al Pil britannico); il prezzo degli immobili che scenderà drasticamente.

Scenari di un Regno Unito pronto a disgregarsi, con le due Irlande (Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord) che hanno già manifestato la volontà di unirsi e levarsi di dosso il vessillo della Union Jack per ricoprirsi con quello dell’Europa. Con la Scozia che cercherà di far valere l’articolo 29 dello Scotland Act del 1998 (“In caso di qualunque atto volto ad abolire l’applicazione dei regolamenti europei in questo Paese, sarà necessario il consenso del Parlamento inglese”). Uno scenario che riporterà le tessere della storia a millecinquecento anni fa, quando i Romani abbandonarono le terre della Britannia. E se anche il Galles (le zone più ricche si sono schierate come i Londoners per il Remain) sarà invogliato a rimanere nella UE, tornerà a esserci una piccola Inghilterra, un’isola nell’isola sganciata dal sistema europeo. Un Paese nelle fameliche grinfie di ominicchi animati soltanto dal calcolo opportunista del potere. La tessera perduta di un’Europa che non potrà più giocare il proprio domino.