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Schwazer e il perverso potere dei controllori

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Q uanti, andando in edicola ieri mattina, hanno ceduto alle lusinghe dell’ingombrante titolo con cui la Gazzetta dello Sport ha aperto l’edizione di mercoledì 22 giugno 2016: “Doping shock. Schwazer ci risiamo”. Quanti hanno acquistato la copia o fatto lievitare i like, i retweet, le condivisioni online della notizia. Quanti a piedi pari hanno fatto un salto in lungo da record per arrivare a trincianti conclusioni: “Dopato! Recidivo! Radiazione!”.

Ma davvero Alex Schwazer si merita l’astio e l’acrimonia di molti suoi compatrioti e tanti suoi colleghi azzurri? O forse dietro quest’ennesima vicenda di presunto doping c’è qualcosa di più oscuro? Forse, basterebbe ragionare prima di parlare, tenere a freno la lingua (e la penna) prima di bollare e screditare.

Certo, più facile e comodo alimentare la chiacchiera che scredita piuttosto che attendere, verificare, ponderare. Specie se al centro del fuoco mediatico ci finisce di nuovo Alex Schwazer, che quattro anni or sono venne fermato prima di Londra 2012 per aver tentato di truccare le proprie prestazioni sportive.


 

S chwazer pagò. E lo fece a caro prezzo: squalificato per 42 mesi e bandito da ogni impianto della Fidal. Pagò con gli interessi un errore madornale, si pentì, cominciò silenziosamente ad allenarsi nei posti più sperduti della Penisola insieme a coach Sandro Donati, paladino dell’antidoping e unico a credere nella redenzione dell’atleta altoatesino (qui il calvario sportivo attraversato).

Lo scorso 8 maggio a Roma il ritorno ufficiale alle gare nella 50 km a squadre, lo stratosferico tempo di 3h39’00’’ e la vittoria per la formazione azzurra. Oggi le accuse di aver barato di nuovo. Le accuse di essere risultato positivo a un controllo della Iaaf dello scorso gennaio, ma secondo una procedura che definire anomala è un paradosso senza capo né coda.

Sentite un po’. Il test viene effettuato a Vipiteno il 1° gennaio, mentre l’atleta trascorre a casa le vacanze di Natale. Risultato: negativo. Lo scorso 13 maggio vengono effettuate le controanalisi sul campione di urine: positivo. A questo punto le domande che sorgono spontanee sono diverse: perché il test è stato ripetuto a distanza di quattro mesi e non entro un mese come prescrive il regolamento della Wada? Perché si è voluto ripetere il test nonostante la prima analisi fosse risultata negativa? Chi assicura che nel frattempo il campione non sia stato contaminato? Perché la Wada non ha mai risposto quando lo staff di Schwazer le ha messo a disposizione i dati di oltre 35 controlli ematici privati effettuati nell’ultimo anno e mezzo? Perché sempre la Wada non ha dato alcun cenno di risposta alla disponibilità di Schwazer nel rendersi reperibile 24 ore su 24 per i controlli, in luogo della consueta finestra oraria concessa a tutti gli altri?

 

Una selva di interrogativi arricchita dalle dichiarazioni rilasciate ieri da coach Donati: “Alex ha ricevuto pressioni prima della gara di Roma e anche a La Coruña, affinché non vincesse ma finisse dietro all’australiano a Roma e al cinese in Spagna. Chi le ha fatte? Persone con ruoli importanti”.

La sensazione è quella di trovarsi dinanzi a un sistema di potere che si accanisce contro un forte atleta, sfruttandone la colpa precedente come una testa d’ariete per abbatterlo definitivamente ed escluderlo dall’Olimpiade di Rio. Quel medesimo accanimento che nel giugno di diciassette anni fa altri sistemi forti misero in pratica per annientare la carriera sportiva di Marco Pantani (in quel caso senza peraltro mai provare alcun uso di sostanze dopanti da parte sua); una storia che vilipese un autentico campione e che sfibrò la fragile corazza di un uomo sino alla triste fine del febbraio 2004.

 

 

Poteri perversi come quelli dimostrati da Wada e Iaaf anche nel caso della questione doping riguardante gli atleti della Federazione atletica russa, per i quali è stata messa in campo un’abominevole esclusione collettiva dalle Olimpiadi di Rio (avallata ieri dal Cio). Una decisione che contrasta con l’ideale olimpico, punendo un intero movimento invece di individuare i peccati dei singoli atleti.

È un potere che mina la bellezza dello sport quanto un risultato drogato. Il potere di chi controlla e si gloria nella beatitudine di questa sua superiorità, amplificando meschinamente la propria voce con il potere dei media (qualcuno avrà pur spifferato ai giornali il procedimento in corso contro Schwazer, ancor prima di informare legittimamente l’atleta, o no?). È il potere che non presta orecchio alle voci della ‘casta’ inferiore, che non risponde, che addita con ghigno sardonico i presunti colpevoli. E che suscita una sola semplice trasparente domanda: chi controlla i controllori?