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Foxcatcher – Una storia americana

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Il soverchiante fardello della fragilità


C' è un senso di pesante oppressione che grava sulla storia portata al cinema da Bennett Miller (Truman Capote, L’arte di vincere), un’opprimente atmosfera specchiata dalle plumbee luci di Greig Fraser e dalla partitura musicale di Rob Simonsen, che interviene raramente ma già dal principio ha la forma di un insidioso sibilo strisciante.

 

Pochi malinconici interventi sonori, poche parole, pochi personaggi a occupare le scene, conchiuse come gusci nella morsa di uno schiaccianoci entro i campi lunghi che mostrano Foxcatcher Farm. Perché è lì che inizia l’azione, nell’enorme tenuta del miliardario John du Pont (mirabilmente interpretato da un irriconoscibile Steve Carell). In un verde angolo di Pennsylvania dove vive l’erede di una delle famiglie più ricche d’America, edificatasi sulle fortune provenienti dalla polvere da sparo e dall’industria chimica.

Lì s’incrociano le traiettorie di quell’uomo facoltoso e di un atleta che campa andando per le scuole a mostrare la propria medaglia olimpica, quel Mark Schultz (Channing Tatum) che fu oro nella lotta libera a Los Angeles 1984. La storia vera di due solitudini, di due uomini persi che si trovano entro il perimetro di Foxcatcher, perché le possibilità economiche di uno (du Pont) diano corpo ai sogni sportivi dell’altro (Schultz).

Ma è un progetto che sin dalle prime mosse lascia scoperto il fianco al sospetto di un’architettura fasulla, di una verità occultata. Ed è il presunto mecenate John du Pont a tenerci sempre a distanza di sicurezza dal coinvolgimento positivo con cui ogni sogno suole abbracciarci. C’è in lui un’oscura ambiguità che sin dall’inizio è manifesta in quel naso aquilino con cui sono stati ridefiniti i caratteri di Steve Carell, in quella sua flebile andatura caracollante, in quella sua voce maleficamente disturbante.

Bennett Miller srotola sul tappeto della lotta libera la vera storia dei fratelli olimpionici Mark e David Schultz, del bizzarro mecenate John du Pont che li sostenne e di un racconto dalla tinte tristi.

 

Gli sceneggiatori E. Max Frye e Dan Futterman sanno però andare oltre una ricostruzione pedissequa dei fatti realmente accaduti, e l’intera vicenda si restringe a due anni soltanto: quel 1987 nel quale il team Foxcatcher portò Mark Schultz a vincere l’oro mondiale a Clermont-Ferrand; e il 1988, quando Mark venne eliminato al primo turno alle Olimpiadi di Seul. Una forbice temporale entro cui si definiscono le personalità di una storia a tinte tristi.

Un arco di tempo che esibisce la realtà vera dei fatti: ossia i disturbi psicologici di John du Pont, schiacciato fra l’essere succube al giudizio lucido dell’anziana madre (Vanessa Redgrave) e la mania di grandezza nel voler diventare mentore e padre per qualcun altro. Quell’altro (Mark Schultz) verso cui sviluppa un rapporto quasi morboso ma che in vista di Seul ’88 rigetta tra i fantasmi del suo passato, riuscendo a portare a Foxcatcher anche il fratello David (Mark Ruffalo) in veste di allenatore, ossia quel fratello-campione dal quale Mark non è mai riuscito ad affrancarsi.

 

Ed è attorno a questi tre personaggi che la storia procede, avvinghiandosi come in una presa di lotta sempre più stretta intorno all’ossessione di una mente malata (du Pont), alla fragilità di un Aiace moderno (Mark), alla saggezza di un padre putativo (David). Ma in questo dimenarsi non c’è spazio per la parola vittoria. Perché questa storia americana non va come vorremmo. Perché in questa storia americana tutti quanti perdono. Perde il senno, du Pont. Perde la vita, David Schultz. Perde il futuro, Mark Schultz. Perché in questa storia americana stavolta non c’è lieto fine.


Titolo originale: Foxcatcher.
Anno: 2014.
Regia: Bennett Miller.
Sceneggiatura: E. Max Frye, Dan Futterman.
Musiche: Rob Simonsen.
Fotografia: Greg Fraser.
Montaggio: Jay Cassidy, Stuart Levy, Conor O'Neill.