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Ritorno a Cold Mountain

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Rincorrendo quel posto che chiamiamo amore


B randelli d’America affogano nel fango del conflitto, nel sangue che intride gli abiti di uomini pronti ad ammazzarsi nella pancia verminosa di una Guerra civile. Tetro sfondo di una storia che Anthony Minghella tratteggia con sublime delicatezza: il contatto fra il taciturno Inman (Jude Law) e la bellissima Ada Monroe (Nicole Kidman) che nel breve tempo di un volo di colomba si tramuta in amore.

Un amore che muove ogni cosa, divenendo nel montaggio alternato di Walter Murch il leitmotiv della speranza dentro il feroce quadro di un’orribile guerra. Il barlume di umanità con il quale appigliarsi a un futuro. Quella gemma racchiusa in un unico lungo bacio sotto un portico, muta promessa di un ritorno, salda cima alla quale aggrapparsi per fuggire le atrocità di un mondo impazzito sotto i colpi di cannone e le lame delle baionette.

 

Nelle lettere di Ada si sente l’eco delle parole che Anthony Minghella raccontò sette anni prima per la toccante storia del Paziente inglese, allorché Katharine Clifton (Kristin Scott Thomas) incideva alla flebile luce di una torcia parole per il suo Laszlo (Ralph Fiennes), invocando i corpi degli amanti come gli unici veri paesi, oltre “le frontiere tracciate sulle mappe da uomini potenti”.

Un filo forte lega queste due opere del regista britannico, che sa accostarci ai sussurri dell’amore e alle crudeltà dell’odio con l’innata delicatezza dei grandi cineasti. Che qui sa avvicinarci ai flebili bisbigli di Inman, gravemente ferito in un ospedale eppure con due sole parole sulle labbra: Cold Mountain. Quel piccolo villaggio nella Carolina del Sud che diventa una persona soltanto: Ada Monroe.

La toccante opera di Anthony Minghella ci travolge con una terribile Guerra civile e con la vitale promessa d’amore che avvince Ada (Nicole Kidman) e Inman (Jude Law).

 

Inman fugge dall’ospedale, diserta un conflitto che detesta e del quale forse non ha mai capito le ragioni. Un uomo in fuga verso il suo luogo dell’anima: un cammino di ritorno difficile, iniziato per caso con un lascivo reverendo (Philip Seymour Hoffman) e proseguito da fuggitivo fra le indicibili crudezze di uomini svuotati d’ogni sentimento.

Lungo la strada, come là a Cold Mountain, dove la banda di Teague (Ray Winstone) diviene emblema di quegli avvoltoi che fanno di ogni vuoto di potere guerresco il proprio feroce regno. Mentre Ada Monroe continua a guardare il tempo che passa, continua ad attendere nelle sue lettere il ritorno di Inman e – rimasta sola dopo la morte del padre (Donald Sutherland) – impara a governare la fattoria grazie alla contagiante intraprendenza di Ruby Thewes (Renée Zellweger).

 

Finché un giorno, una sagoma scura si staglia sul niveo sfondo di un passaggio di montagna: Inman è tornato. Il richiamo del cuore ha vinto su ogni cosa; ma l’ennesima frattura getta una cupa ombra sulla storia: la banda di Teague li scova, sordi colpi di fucile riecheggiano tra le fronde degli alberi, l’ennesimo duello va in scena. Stavolta però lungo il bianco sentiero ridiscende una figura ferita. Inman è tornato. Di nuovo. Per morire fra le braccia di Ada.

Così, nella geografia dei corpi che si è amati s’inscrive il finale di una storia tragica, di cuori che non guariranno ma nei tiepidi lamenti di un violino possono soltanto accettare e imparare dal passato. Facendosi lievi come quelle nuvole che aprono e chiudono il film; sottili come la musica magistralmente orchestrata da Gabriel Yared: increspata nel fluido sovrapporsi dei ricordi sopra il cielo di Cold Mountain.


Titolo originale: Cold Mountain.
Anno: 2003.
Regia: Anthony Minghella.
Sceneggiatura: Anthony Minghella (basata sul romanzo Ritorno a Cold Mountain di Charls Frazier).
Musiche: Gabriel Yared.
Fotografia: John Seale.
Montaggio: Walter Murch.