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L’ideologia che etichetta ogni cosa

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D iceva il giornalista Giuseppe Fava: “Gli imbecilli, quando non hanno argomenti, danno un’etichetta e chiudono”. Ed è quello che si sta ripetendo sempre più spesso e con la vigoria di una zizzania all’interno del dibattito pubblico italiano. È quello che avviene ogni giorno nella baruffa tra opposti schieramenti politici e talvolta all’interno del medesimo gruppo: etichettare chi s’esprime in maniera diversa dalla propria. Bollarlo. Denigrarlo. Irriderlo.

Ed è un po’ quello che sta accadendo in questi giorni su web, quotidiani e tv intorno alla questione del referendum costituzionale del prossimo ottobre. In particolare, con l’esposizione diretta da parte dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani), che ha deciso di mettere al corrente il mondo della propria intenzione di voto.


 

U n’associazione – vale a dire una unione di più persone che si propongono di perseguire uno scopo comune –, la quale ha deciso ipso facto di trasformarsi in organo politico. E un’associazione nata per raggruppare quei partigiani che agirono nel corso della Seconda guerra mondiale per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista, ma che ormai – per ragioni anagrafiche – è composta in maggioranza da giovani sostenitori di quegli ideali libertari e ora autoproclamatisi partigiani.

Come se servisse una tessera per esprimere un’opinione, giudicare un fatto, condividere un ideale, valutare un’eventuale modifica costituzionale. Una tessera e una sigla da esibire come garanzia di un’idea che esclude tutte le altre, in realtà appropriazione (indebita) di uno status che non gli appartiene, come ribadisce Pierluigi Battista in un articolo del Corriere: “I venticinquenni, i trentenni, i cinquantenni che oggi si dicono «partigiani» perché sono iscritti all’Anpi, come se un loro coetaneo potesse vantare la partecipazione alla spedizione dei Mille garibaldini, irrompono nel dibattito pubblico come se avessero un titolo speciale per parlare, come se chi non fosse d’accordo con la loro linea ipso facto attentasse ai valori della Resistenza. ‘I partigiani contro la riforma costituzionale’, titola un giornale per illustrare la posizione dell’Anpi. Ma siamo sicuri che i partigiani, quelli veri, quelli che hanno combattuto in montagna e hanno rischiato la pelle per la libertà, si sentano davvero rappresentati dai loro nipoti che agitano quella sigla come se fosse una delle tante sigle in circolazione? (E poi, chi gliel’ha chiesto?)”.