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La suadente violenza della malvagità


S egni manifesti come lettere incise nella carne, chiari come stelle nel fondo nero del cielo. Segni che ci colpiscono come uno schiaffo celato nel quieto scorrere di una forzata vita domestica. Sta racchiuso entro questa cornice il film diretto da Charles Laughton, l’unico che vide l’attore inglese dietro la macchina da presa.

Ed è una cornice dalle forti tinte espressioniste quella scelta da Laughton per una narrazione predatoria (The Night of the Hunter in originale) che ci porta a seguire la storia del (finto) predicatore Harry Powell (Robert Mitchum) lungo le strade di un villaggio violato dai tempi della Depressione, in luoghi indistinti definiti da un’unica costante: quel fiume che trasporterà incubi superficiali e sommersi.

 

Il fiume dove ogni nodo cruciale si stringe. Sin da quando Harry Powell entrò nella vita della vedova Wila Harper (Shelley Winters), dopo averne conosciuto il marito in prigione: il primo dentro per un furto d’auto, il secondo condannato a morte per rapina a mano armata e duplice omicidio. Dietro le sbarre del carcere dove riuscì a carpire il segreto di quei soldi rubati e nascosti in chissà quale posto.

Così, eccolo il reverendo Powell presentarsi al cospetto della famiglia Harper. Eccolo penetrarvi con l’inganno (e la benedizione del moralismo bigotto della signora Icey Spoon) per carpire quel segreto sepolto nel giuramento dei due piccoli di casa: John e Pearl. Eccolo, il reverendo che va predicando la storia tatuata sulle nocche delle sue mani in forma di quattro lettere in perpetuo combattimento: L-O-V-E e H-A-T-E; amore e odio che si combattono sin dal principio del film entro un’atmosfera subito percepibile come distorta.

Charles Laughton fa centro al suo primo (e unico) tentativo dietro alla macchina da presa, realizzando un frastornante disegno espressionistico con Robert Mitchum sublime protagonista di un incubo in movimento più reale della realtà.

 

Siamo dentro un quadro espressionista in movimento, dipinto a tinte fosche dalla fotografia di Stanley Cortez e dalle soffocanti musiche di Walter Schumann. Siamo sospesi entro il perimetro di una realtà da incubo e lo capiamo dal motivetto cantato da una donna e che ritroveremo in Rachel Copper (Lillian Gish), salvifico angelo per le peripezie di John e Pearl.

Due bambini in fuga dalle grinfie di un patrigno capace di convincere con le parole, di alterare la realtà per il suo maligno tornaconto personale. Capace di mentire con la naturalezza di chi odia e di atterrire grazie alle suadenti espressioni e alla pesante voce di un bravissimo Robert Mitchum, che buca il cranio e il tempo con quel suo demoniaco urlo quando i due piccoli riescono a scappargli.

 

È il tempo senza tempo di un incubo disegnato solo in apparenza con i tratti della realtà. Le stesse architetture delle case si stagliano su fondali come costruzioni fittizie, dalle proporzioni disturbanti. Anche l’aspetto bizzarro della piccola Pearl contribuisce all’effetto straniante cercato da Charles Laughton nel tratteggiare questo sempiterno duello tra amore e odio, tra bene e male, messo in atto infine dallo scontro fra Rachel Cooper e Harry Powell.

Scopriamo così il tempo di una pellicola che con lungimirante e inestinguibile abilità attraversa gli anni e supera quella scarsa considerazione che ricevette all’uscita nel 1955. Una pellicola che fu anche sfida al Codice Hays con la potente riflessione sulla sessualità (vedi l’amore negato in luna di miele da Henry a Wila e le uscite di Ruby in cerca di uomini) e una critica alla fede intransigente. La morte corre sul fiume ha la forza delle grandi opere, quelle che sanno smascherare attraverso una congerie di segni abbozzati. I segni di un espressionismo più reale della realtà.


Titolo originale: The Night of the Hunter.
Anno: 1955.
Regia: Charles Laughton.
Sceneggiatura: James Agee.
Musiche: Walter Schumann.
Fotografia: Stanley Cortez.
Montaggio: Robert Golden.