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L’ipnotico abisso di una vita stupefacente


I mmersi in questo ponderoso film di mano Scorsesiana, siamo calamitati dall’esuberanza e dall’esaltazione spasmodiche di Jordan Belfort, ambizioso agente di borsa che in breve diventa quel che ha sempre voluto essere: ricco. Sfacciatamente dannatamente ricco.

Jordan è affamato di tutto: denaro, donne, droga, lussi. A soli 26 anni sente scorrere dentro di sé il sangue del lupo: è a capo della Sutton Oakmont Inc. da lui creata nel 1990, dopo aver conosciuto nel suo primo giorno alla Rotschild il crollo di Wall Street (1987).

 

Martin Scorsese ci porta nella storia vera di quest’uomo senza mai interferire con giudizi morali, gettandoci nella sballata frenesia della Oakmont e dei suoi facili guadagni a colpi di pennystock, dentro la famelica voglia di desideri ed eccessi, nel lucore dei lussi che il fruscio dei dollari assicura a una società-belva il cui re ha il volto di Leonardo DiCaprio.

Calatosi nei panni di Jordan Belfort con l’assordante bravura di un attore-ancora-senza-Oscar, DiCaprio sa portarci nel frenetico incalzare quotidiano di perversioni e vizi della Oakmont e dei suoi broker, plasmati in ferini venditori di (finta) felicità.

Siamo trascinati nell’atmosfera di delirante follia che fa perno su Jordan e il suo panico desiderio di tutto: vestiti firmati, barche di lusso, macchine sportive, casa da favola e una moglie modella (Margot Robbie), ultimo precipitato chimico della sua vecchia vita ormai cancellata, come la consorte d’un tempo; di un tempo che per Jordan Belfort è solo quello dell’eterno presente.

Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio ci trascinano nel folle vortice di panici desideri di un lupo (alias Jordan Belfort) che si muove nel calderone delle opportunità (alias Wall Street).

 

Il lupo ha tutto, il lupo è tutto. Però, non ha fatto i conti coi cacciatori (alias Commissione di controllo e FBI). Quando capisce che il suo futuro potrebbe essere dietro le sbarre, che fermandosi in quel momento potrebbe comunque campare senza più lavorare, quietando Commissione e federali, allora ha un unico momento di sobrietà e decide che può bastargli, che lascerà la Stratton Oakmont Inc., che abbandonerà la sua creatura.

Ma un lupo solitario non sopravvive a lungo, ha bisogno del suo branco: e con un bulimico sussulto d’orgoglio decide di rimanere nella foresta a sbranare ancora e ancora, come il fiero leone simbolo della sua società. Dentro il turbinio caotico che si scatena nell’ultima ora di pellicola, Jordan Belfort perde tutto: villa, moglie, figlie, denaro, libertà. E rimane sobrio, insopportabilmente sobrio dentro una vita che ormai gli è sfuggita dalle fauci.

L’unica condizione per salvare i resti della sua esistenza è collaborare coi federali, distruggendo la Stratton Oakmont Inc.: 36 mesi di prigione invece di vent’anni di carcere che una condotta intransigente gli avrebbe aperto sotto i piedi. Stavolta Jordan Belfort accetta: il prezzo di una vita misurata, il peso di una vita non drogata.

 

Così, Martin Scorsese disegna una storia d’abisso con la leggerezza del grande maestro, descrivendo l’osceno luccichio del mondo di Belfort & Co. nelle sue orge di puttane, bizzarrie, sniffate di cocaina, cocktail di pasticche sempre più forti e un esorbitante diluvio di dollari a ricoprire tutto e tutti. Al vertice ci mette DiCaprio e i suoi eloqui in prima persona, pronto a mostrarci il (delirante) sogno di una parossistica finanza come promessa di inimmaginabili paradisi terreni. E di una, tante vite che dal vertice vengono risucchiate nel vortice, dove lo sfavillio di colori è destinato a trasformarsi nel nero più accecante. La premiata ditta “Marty & Leo” ci porta lì dentro: e lo fa con una vertiginosa perfezione.


Titolo originale: The Wolf of Wall Street.
Anno: 2013.
Regia: Martin Scorsese.
Sceneggiatura: Terence Winters (basata sul libro The Wolf of Wall Street di Jordan Belfort).
Fotografia: Rodrigo Prieto.
Montaggio: Thelma Schoonmaker.