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Intorno ai paradossi del referendum

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E ra il 2 giugno 1946 e con un referendum l’Italia scelse di abbandonare la monarchia in favore della Repubblica. Quella Repubblica che affonda le radici nelle polis greche e poi s’è travasata nella pratica di stampo latino come la parola che la definisce (res publica, cosa pubblica) e il suddetto strumento utilizzato dagli italiani (ad referendum, per riferire).

Da allora sono stati 70 i quesiti referendari posti nel nostro Paese, 66 dei quali di tipo abrogativo. L’ultimo in ordine di tempo quello di domenica 17 aprile, populisticamente denominato “delle trivelle”. Un referendum che non ha raggiunto il quorum, giacché la partecipazione della persone aventi diritto al voto è stata di poco superiore al 31%.

L’istituto del referendum è espressione di una democrazia diretta e giocoforza incentrata sulla partecipazione (come si è subito affrettato a dire Grillo in versione De Coubertin all’indomani della votazione per dare lustro al risultato), ossia sul momentaneo esercizio della sovranità da parte dei cittadini, che così incuneano parte della propria vita privata nella vita politica grazie all’esercizio del voto.


 

Q uella vita politica che nel nostro Paese è funzione però di un’altra forma di governo: la democrazia rappresentativa, ossia la decisione dei cittadini di delegare la funzione legislativa della nazione ad alcuni loro rappresentanti. In ossequio al principio democratico di libertà e eguaglianza che garantisce i medesimi diritti per tutti.

Ecco perché fa specie sentire dilagare in rete il dileggio da parte di chi domenica s’è recato al seggio per esprimere il proprio voto contro chi ha deciso di esprimerlo con la pratica dell’astensione. Sta proprio qui l’assurdità della cosa. Avete presente la scena de L’attimo fuggente nella quale il professor Keating porta i suoi giovani allievi nel cortile e dice loro di camminare nel modo più libero possibile? Allora Charlie Dalton sta immobile, poggiato contro la colonna e all’interrogazione del professore proclama: “Esercito il mio diritto a non camminare”.

Ecco il fulcro di tutto. Il diritto. La base stessa della democrazia. Quella “democrazia rinnegata” che torna nelle parole degli additatori di professione contro chi decide di astenersi dal voto. Inoltre, un’astensione che nella fattispecie del referendum non è equiparabile a quella relativa alle elezioni (amministrative o politiche che siano), giacché in quest’ultimo caso riguarderebbe proprio l’essenza della democrazia rappresentativa che usiamo per governare il nostro Paese.

 

 

A chi tenta di fare come il giovane Dalton del film viene intimato che “quello del voto è un dovere”. Un dovere sì, ma un dovere civico. Quindi, non un obbligo da calare sulla testa dei cittadini. Obbligo che non è proprio della liberalità democratica, all’interno della quale si muove la nostra società. In essa ciascuno è libero di rinunciare (col voto) a parte della propria sfera privata e altrettanto libero di disinteressarsi della politica senza per questo essere eticamente etichettato.

Certamente domenica, oltre a chi non è andato a votare per esprimere il proprio dissenso, vi sarà chi non lo ha fatto semplicemente per disinteresse o menefreghismo. Un atteggiamento che possiamo giudicare deprecabile (ancor più probabilmente nel caso di elezioni politiche o amministrative), ma del tutto legittimo – purché poi codeste persone non si lamentino, lagnino, protestino per questa o quella decisione presa all’interno della società civile.

Insomma, laddove gli obblighi sostituiscono i doveri, il germe della libertà individuale muore. E con esso muore la democrazia. Quella che affonda le proprie fondamenta in Grecia e quella la cui particolare forma rappresentativa scegliemmo settant’anni fa. Con un referendum.