parallax background

Trivellando la democrazia

Salviamoci dalle cortine di ferro
15 aprile 2016
La bur(r)ocrazia che impantana Villa Piccolo
16 aprile 2016
 

S ono dunque pronti gli araldi del SÌ a rinunciare dal 18 aprile venturo ai nefandi idrocarburi e con essi all’automobile, alla moto, alla nave, all’aereo, agli elettrodomestici, al riscaldamento, alle materie plastiche, convertendo la propria vita integralmente all’energia rinnovabile? Sarebbe una bella promessa da poter fare a noi stessi, eppure al momento fuori da ogni logica realistica per una società che vive interconnessa e non in nuclei isolati e autosufficienti (qui il rapporto italiano del GSE sulle rinnovabili italiane).

Certo, non si nega che una società futura capace di reggersi sulla forza di acqua, vento, sole, terra sia il sogno di chiunque abbia coscienza dei fattori di rischio e della sostenibilità energetica terrestri, ma finché l’equazione ambientale non consentirà di rendere petrolio e metano dati trascurabili, di essi dovremo tenere prezioso conto (qui le riserve di idrocarburi al 31 dicembre 2014), portando avanti una fisiologica fase di transizione che potrà condurci a un modo del tutto alternativo di far girare il nostro mondo.


 

E cco perché il referendum del prossimo 17 aprile – presentato da nove Regioni e relativo al blocco delle concessioni sull’estrazione di metano e petrolio negli impianti entro le 12 miglia (corrispondenti a circa 20 km) dalla costa italiana – è come un re di carta: ben vestito ma pronto a cadere alla prima brezza primaverile. E ancora una volta rischiamo di cadere nella trappola di uno strumento referendario che si proclama essere la più perfetta e pura gemma di democrazia, facendo in realtà leva sulla disinformazione dei cittadini, sulla forza dell’istinto che cancella quella del ragionamento e – nel caso specifico – sul peso specifico di una trivella vista come nemica dell’umanità.

Un agire di pancia imbellettato dalla parolina magica green capace di trasformarci in crociati impenitenti e senza paura. Eppure a voler strozzare con un colpo quel gorgoglio dei bassifondi e a voler ben riflettere, la vittoria del SÌ al referendum sarebbe un’autorete che nemmeno Comunardo Niccolai.

Una vittoria che farebbe cessare l’estrazione prima del fisiologico esaurimento dei giacimenti in questione, causando collateralmente un enorme costo per le spese di ammortamento degli impianti dismessi. Una vittoria che farebbe perdere il lavoro a circa 10.000 persone (dato Assomineraria) impiegate direttamente nel settore estrattivo. Soprattutto, una vittoria che ci costringerebbe a trovare altre zone di estrazione e – nel breve e medio termine – farebbe lievitare la spesa interna per l’approvvigionamento energetico presso Paesi stranieri.


 

U na decisione kamikaze che allo stesso tempo non scongiurerebbe nemmeno il “rischio ambientale” che i sostenitori del SÌ vanno sempre diffondendo con effigi di pennuti incatramati: infatti, il SÌ post-referendario diverrebbe il segnale di via a quelle petroliere straniere che saremmo costretti a chiamare, intensificando così il traffico e aumentando – certamente il livello d’inquinamento – e probabilmente le possibilità di incidentali esplosioni o sversamenti.

Oltre l’eterea cortina ideologica del SÌ e di un mondo che si sostiene esclusivamente sulle energie rinnovabili, c’è una realtà di fatto che ci dice due cose (qui la strategia energetica nazionale): che oggi abbiamo bisogno di quegli idrocarburi che estraiamo; e che per puntare al Green Dream è necessaria una fase di transizione che non può prescindere dai combustibili fossili.

Quell’energia che il nostro pianeta ha seppellito nelle profondità del suo mantello e sulla quale dovremo fare affidamento ancora per un po’, cercando anche noi di far sedimentare le nostre decisioni in luogo di appelli volatili. Ché questi ultimi, ad oggi, possono bearsi di un’unica certezza: il costo (evitabile) di un referendum che già pesa sulle tasche degli italiani.