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Operazione Valchiria

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Il percorso nascosto di tanti coraggiosi tedeschi


C i sono date nel corso della storia umana che diventano spartiacque di un tempo che poteva essere diverso, di un tempo che gli inglesi definiscono con due sole parole: What if. Già, che cosa sarebbe accaduto se… se ad esempio quel 20 luglio 1944 alle 12.42 nella Wolfschanze (Tana del lupo) a Rastenburg l’esplosivo nella valigetta lasciata dal colonnello Claus von Stauffenberg avesse ucciso Adolf Hitler.

Perché purtroppo – come sappiamo già prima di accostarci a Operazione Valchiria diretto da Bryan Singer – questa versione non è divenuta realtà, bloccata nel fumo del se per via di minute imprevedibili circostanze (la seconda carica non correttamente innescata; lo spostamento della borsa, da parte di un ufficiale, dietro il massiccio zoccolo del tavolo di quercia) che salvarono per l’ennesima volta il Führer dall’ultimo di innumerevoli attentati orditigli contro.

 

L’ultimo dei quali portato avanti con determinazione proprio dal colonnello Stauffenberg (Tom Cruise), 37enne eroe di guerra, ferito in Tunisia (dove perse mano destra e occhio sinistro), da anni orripilato dalle atrocità commesse dai nazisti e – reclutato dal generale von Treskow (Kenneth Branagh) – dal settembre 1943 entrato a far parte del complotto che altri ufficiali stavano portando avanti da tempo per fare fuori Hitler.

Con le premesse di una vicenda tristemente nota, il film di Singer fa perno sulla figura del giovane colonnello, che mette da parte l’obbedienza per liberare la voce della coscienza. Lo fa centrando tutta la propria azione sulla meticolosa preparazione di una congiura concepita per mettere in pratica l’Operazione Valchiria: ossia il piano operativo che l’esercito territoriale tedesco aveva predisposto in caso di rivolta o di territori occupati. Quel piano che il generale Olbricht (Bill Nighy) fa artatamente modificare a Stauffenberg per mobilitare l’esercito non contro la minaccia preventivata bensì contro le SS e i vertici del partito.

Con Operazione Valchiria Bryan Singer realizza una buona ricostruzione della vicenda che nel 1944 portò il colonnello Claus von Stauffenberg ad attentare alla vita di Adolf Hitler.

 

Vediamo così compiersi sullo schermo ciò che la realtà aveva già scritto, con la sceneggiatura di Christopher McQuarrie e la direzione di Bryan Singer che sanno isolare due momenti caposaldi del soverchiante potere di Adolf Hitler: il sinestetico zoom in che allinea vista e udito sul piatto di un giradischi, mentre nell’aria si diffonde la Cavalcata delle valchirie di Richard Wagner e la famiglia Stauffenberg si ripara nel bunker di casa dai bombardamenti alleati; e il pianto di una stenografa allorché riceve la comunicazione della morte del Führer diffusa dall’Alto comando.

In quelle due immagini si condensa tutto il male che un misero uomo ha potuto fare alla sua patria e al mondo intero, tutto il male che un dittatore può fare piegando alla sua volontà l’arte e volgendola in mezzo di un’ossessione malata. E trasformando altri uomini in quelle macchine devote e consenzienti che già Charlie Chaplin tratteggiò calorosamente nel Grande dittatore.

 

Ma non tutti gli uomini sono macchine, non tutti gli uomini sono disposti a soccombere all’oscurantismo di un potere nefasto. Come fu per gli autori di quella congiura alla quale Hitler sopravvisse e che poi punì mandando a morte quasi 5.000 persone, cominciando da Claus Schenk Graf von Stauffenberg.

E la frase che i colpi di fucile gli strozzano in gola (“Lunga vita alla santa Germania”) ci resta come monito a discernere sempre e confidare negli uomini che riconoscono e combattono il male. Come tanti coraggiosi tedeschi fecero, cercando di far esplodere il peggior tumore del Novecento.


Titolo originale: Valkyrie.
Anno: 2008.
Regia: Bryan Singer.
Sceneggiatura: Christopher McQuarrie, Nathan Alexander.
Musiche: John Ottman.
Fotografia: Newton Thomas Sigel.
Montaggio: John Ottman.