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JOËL DICKER / La verità sul caso Harry Quebert

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Nell’inchiostro di un romanzo dentro un romanzo


I n un ping-pong tra il 1975 e gli anni 2000 nel nordest degli Stati Uniti d'America procediamo dentro La verità sul caso Harry Quebert per brevi capitoli, come nel più abile dei montaggi cinematografici. E mentre avanziamo nel racconto, posseduti da un furoreggiante turning-page alla Jane Austen, vorremmo vedere quei personaggi materializzarsi all’istante sul grande schermo del cinema. E vorremmo essere Joël Dicker, vorremmo averlo scritto questo romanzo.

Ogni spazio bianco è riempito nel tentativo di raccontare una storia e svelare un mistero che allo stesso tempo raddoppia, perché interferisce con il battere sui tasti del promettente scrittore Marcus Goldman. Bloccato davanti al cursore che lampeggia sullo schermo bianco del suo pc, finché il suo vecchio professore Harry Quebert non viene accusato di un omicidio avvenuto trent’anni prima. E allora ecco che il meccanismo narrativo si mette in moto.

C osì siamo gettati dentro un formidabile intreccio che sa legarci alle pagine con la pervicacia di un rampicante, noi spioni di quelle vite che si dibattono tra spicchi metropolitani (New York) e uno smisurato angolo di New Hampshire che si chiama Aurora. Ci immergiamo dentro un noir (ma in fondo non sono tutte le storie accurate indagini investigative?) nel quale ogni tessera del puzzle si scrosta, rivelando come in un prezioso palinsesto, la verità custodita sotto lo smalto della menzogna. Niente è ciò che sembra, ogni traccia ci conduce verso false apparenze, seguendo un formidabile meccanismo di conto alla rovescia.

Niente rimane indistinto, ogni più piccolo dettaglio ha la forza dei sussurri, che contano più delle voci strillate. E possiamo correre veloci come una Chevrolet Montecarlo Nera fra le pagine di un romanzo che ci parla di un altro romanzo, e di un altro ancora, che si compie nell’ampiezza di quella storia d’amore (tra Harry Quebert e Nola Kellergan) pronta a raccogliere attorno a sé tutto un micromondo di inganni e maschere.

 

“Colpisci quel sacco, Marcus. Colpiscilo come se ne andasse della tua vita. Devi boxare come scrivi, e scrivere come boxi: devi metterci tutto te stesso, perché ogni match, come ogni libro, può essere l’ultimo”.

Lo scrittore svizzero Joël Dicker (Ginevra, 16 giugno 1985)

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La copertina originale del romanzo


 

M ischiando i destini di persone e personaggi, stando sulla soglia tra realtà e fantasia, affondandoci in atmosfere che ricordano Twin Peaks, in descrizioni che in pochi fulminei tratti ricordano Cormac McCarthy, in un saltabeccare fra tempi e luoghi che hanno il piacevole sapore dello Stephen King di 22/11/63.

Ma alla fine è Joël Dicker. Un grande romanziere. Uno che scrive per l’insopprimibile bisogno di narrare, per farci sentire l’odore di quell’inchiostro che può rallegrare, amareggiare, distruggere, liberare, far capire. Capire che cosa stia succedendo, dove stia nascosta la verità. E allo stesso tempo farci desiderare che nulla finisca: risolvere l’enigma e lasciare che ogni cosa rimanga com’è. Beh, tutto questo è grande narrativa. Questo è il romanzo che vorremmo aver scritto. E per fortuna possiamo leggere. Grazie a Joël Dicker.