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Arte di vincere, L’

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Quelle imprevedibili vittorie celate nei numeri


N elle cifre stanno racchiuse tutte quelle storie di cui spesso non ci curiamo, quei profili che sottovalutiamo, che sottostimiamo, che scorrono via invisibili sotto il nostro pregiudizio. Ed è nella profondità delle cifre che sta la grandezza di Moneyball (in traduzione italiana L’arte di vincere). Un titolo che racchiude la formula del successo degli Oakland Athletics, la strategia messa in opera anche nella realtà (siamo nel 2002) dalla squadra californiana che milita nella Major League di baseball.

 

Una storia vera nelle mani del regista Bennett Miller (Truman Capote - A sangue freddo), che sa entrare con grande pregnanza nei meccanismi bui del diamante, facendo della macchina da presa un occhio attento a gesti e tic del general manager Billy Beane (Brad Pitt) e alle espressioni del suo giovane assistente Peter Brand (Jonah Hill), pronti a cambiare il modo di gestire una squadra di baseball, basandone la composizione esclusivamente sulla percentuale con cui un giocatore conquista la prima base.

Tutto – per arrivare alla vittoria – fa perno attorno a quel numero prodotto da chi scende in campo. Alla vittoria delle World Series cui aspira Billy Beane, quella vittoria che potrebbe cambiare il baseball e che sarebbe personale riscatto di una carriera da giocatore andata male proprio perché affidata alle mani di scout col piglio dei profeti. Billy ha scontato sulla sua pelle che le variabili in gioco nello sport e nella vita sono imprevedibili e che solo un differente modo di gestire l’andamento di una squadra può squadernare i vecchi metodi in favore di una prospettiva tutta nuova. Una prospettiva fondata sulla statistica.

Bennett Miller è uno che ha i numeri e che di numeri sa parlare, restituendo il valore che Michael Lewis aveva dato loro nel libro Moneyball, fonte d’ispirazione per Billy Beane e gli Oakland Athletics.

 

Ma per spianare la strada al suo sogno Billy è costretto a licenziare un amico di vecchia data che fa parte del suo staff, deve dare il ben servito ad alcuni giocatori, soprattutto deve scontrarsi con l’ostinata resistenza di coach Art Howe (Philip Seymour Hoffman). Un cammino tortuoso che affronta in coppia con il 25enne analista Peter Brand, il quale già con la sua vistosa mole e l’aria da studente sfida le convenzioni; un viaggio che prosegue contando sul sostegno della figlia Casey (Kerris Dorsey), sicuro baluardo contro i fantasmi del suo passato.

Gli Oakland infilano venti vittorie di fila (record assoluto della Major League), guadagnandosi la finale. E non importa se poi arriva la sconfitta contro Minnesota Twins. Billy Beane ce l’ha fatta. Il metodo ispiratogli dallo storico del baseball Bill James ha funzionato, è vincente. Nel film come nella realtà Billy rifiuterà il contratto plurimilionario con i Boston Red Sox (che due anni dopo vinceranno le loro prime World Series dal 1918 proprio applicando le strategie della coppia Beane/Brand). Billy Beane rimarrà a Oakland, scegliendo alla fine quel romanticismo che rende ogni sfida più grande.

 

Così, attraverso il perfetto montaggio a incastro (tra girato e materiale di repertorio) di Christopher Tellefsen, gli scuri toni fotografici di Wally Pfister e l’ondeggiante colonna sonora di Mychael Danna, attraversiamo un’intera stagione di American League con lo sguardo posato su quei numeri che possono raccontare storie insospettabili. Quei numeri che spesso sono lì, nascosti nell’ombra di domande sbagliate. Per vederli bastano solo un paio di buoni occhiali e la volontà di credere nella matematica di una pallina da baseball.


Titolo originale: Moneyball.
Anno: 2011.
Regia: Bennett Miller.
Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin (basata sul libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis).
Musiche: Mychael Danna.
Fotografia: Wally Pfister.
Montaggio: Christopher Tillefsen.