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Jacket, The

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Una camicia di forza per ritrovarsi


N ei freddi toni di un colore che ondeggia fra il verde notte e il blu ceruleo dell’Alpine Grove sta racchiuso tutto lo scompiglio della mente di Jack Starks (Adrien Brody), ex soldato 27enne ferito alla testa durante la Guerra del Golfo, (ingiustamente) imprigionato in questo squallido manicomio del Vermont per un omicidio del quale è accusato e che scopriremo non ha commesso.

Una malinconica marea emotiva che si riflette nello sguardo triste di un perfetto Adrien Brody, nei magri gesti del suo corpo in balia degli eventi, intrappolato in un’amnesia presente che lo scollega da tutto quel è stato, da tutto ciò che lo ha condotto in quel vicolo cieco della vita dove sperimenterà la segreta scioccante terapia “riabilitativa” del dottor Becker (Kris Kristofferson): fasciato da una stringente camicia di forza e gettato per tre ore nel buio assoluto di un cassetto da obitorio.

 

Eppure è dentro a quel funereo spazio che baluginanti frammenti della sua esistenza gli torneranno alla mente, volgendosi poi in un inspiegabile futuro ogni volta di durata limitata, trasformandosi nella paradossale indagine che nello scenario dell’anno 2007 cerca di far luce sui fatti che nel suo 1992 lo hanno condotto all’Alpine Grove e alla misteriosa morte nel giorno di Capodanno del 1993.

L’abile mano di John Maybury (supportato dalla buona sceneggiatura di Massy Tadjedin) ci porta negli scuri cunicoli della psiche umana, dei suoi traumi e dei suoi drammi, facendo perno sui cardini della fantascienza e contando sui pochi personaggi che ne abitano i gelidi angoli temporali. Cominciando da Jackie Price (Keira Knightley), anello di contatto fra il terribile presente di Jack e le cause che lo hanno portato lì, unica sua possibilità di scoprire la verità su se stesso.

La scrittura di Massy Tadjedin è un pendolo disturbante che fa avanti e indietro sulla testa di Jack Sparks per dirci dei futuri dove le cose possono ancora mutare.

 

Ci muoviamo come un pendolo, oscillando in un arco temporale di quindici anni che esiste soltanto entro lo spazio di quel buio cassetto nello scantinato dell’Alpine Grove. Solo lì dentro Jack Starks è davvero vivo, solo lì dentro può cercare risposte con l’aiuto di Jackie e tornare in quell’edificio dove ancora lavora la dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), che nel 1992 lo aveva in cura e nel 2007 diviene un supporto decisivo verso la luce chiarificatrice del suo enigma.

Ogni passo che compiamo con Jack è un passo che tenta di riparare il bianco accecante della sua mente cancellata. Bianco come il cuscino sul quale ogni volta si risveglia dalla crudeltà di un trattamento che per lui diventa un viaggio necessario. Un’indagine che procede con passo malfermo sugli inquietanti tremolii della colonna sonora firmata Brian Eno e con pacificante sicurezza nei morbidi approdi musicali che danno quiete alle vite collegate di Jack e Jackie.

 

E nell’algida luce bianca del paesaggio invernale Jack Sparks cerca di vivere per sconfiggere le probabilità della vita, per capirne le sue tortuosità, come a un certo punto dice quel Rudy McKenzie (Daniel Craig) con il quale aveva solidarizzato nel suo forzato vivere all’Apine Grove: “Chi non sarebbe nervoso se guardasse davvero la propria vita”. Così, Jack Sparks cerca il varco per toccare il confine della morte e allora capire che esiste sempre un futuro nel quale le cose sono andate diversamente. Un tempo lucido nel quale le brutture si sciolgono come la neve al sole del Vermont.


Titolo originale: The Jacket.
Anno: 2005.
Regia: John Maybury.
Sceneggiatura: Massy Tadjedin.
Musiche: Brian Eno.
Fotografia: Peter Deming.
Montaggio: Emma E. Hickox.