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Kate & Leopold

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La favola dell’amore non conosce tempo


C he cosa succede se gli ingranaggi di quell’invisibile trama temporale che abitiamo senza mai vedere fanno un inspiegabile salto? È quello che cerca di capire il terzo duca di Albany Leopold (Hugh Jackman), che d’un tratto si trova catapultato dal 1876 all’inizio del XXI secolo nell’appartamento del bislacco inventore Stuart (Liev Schreiber), capace di trovare un portale che mette in comunicazione due epoche diverse della medesima città: New York.

E se sorvoliamo sui paradossi del continuum spazio-temporale di cui il film non si cura, capiamo che il viaggio nel tempo è soltanto il contorno di un quadro nel quale lo sceneggiatore/regista James Mangold ha piazzato le anime di due mondi così lontani eppure capaci ancora di toccarsi: le moderate maniere british di fine Ottocento e le vorticose esistenze americane di fine Novecento; più di tutto, l’incontro di un tempo lento con il suo frenetico precipitare su se stesso.

 

A fare da ponte è la solidità del Brooklyn Bridge di John Roebling, architettura che collega le due epoche e rende possibile la favola del nobile Leopold che conquista il cuore di Kate McKay (Meg Ryan), pubblicitaria in carriera appena uscita da una storia lunga quattro anni proprio con quello Stuart che ha trascinato il duca nel presente di un principiante XXI secolo.

Cavalleresco è l’aggettivo che meglio si attaglia al film di James Mangold e al suo protagonista Leopold/Jackman, fuori tempo eppure mai fuori luogo con quella sua attenzione al dettaglio (l’inappuntabile modo di vestirsi), la sua sbalorditiva premura (chi non vorrebbe trovarsi per colazione fette ai nove cereali con fragole e mascarpone), il suo piglio avventuroso (nessun ladro può avere scampo a Central Park dinanzi a un così imponente cavallerizzo), la sua colta charme (ne sa qualcosa il fratello di Kate, Charles, consigliato su come fare breccia nella ragazza dei suoi sogni, Patrice).

Le favole esistono e hanno la signorilità di un gentiluomo col viso di Hugh Jackman precipitato dal composto mondo dell’Ottocento alla frenetica vita newyorchese del XXI secolo.

 

Un uomo d’altri tempi che – convinto da Kate – riesce perfino a diventare testimonial televisivo della margarina Farmer’s Bounty, eppure è incapace di scendere a compromessi: se ne va adirato quando scopre che la margarina sa di “cenere umida” e nel suo ‘800 mai si piegò a trovare moglie. Forse perché la donna dei suoi sogni aveva un liscio caschetto biondo attorno al viso, abitava in un palazzo di una New York City degli anni Duemila e dal suo ballatoio le piaceva osservare l’anziano signore di fronte che ogni sera ascoltava la colonna sonora di Colazione da Tiffany prima di coricarsi a mezzanotte in punto.

E possiamo sorvolare su alcune incongruenze e anacronismi temporali (il duca Leopold non inventò l’ascensore ma fu Elisha Otis, al quale viene però reso omaggio dandone il nome al maggiordomo di Leopold; l’ingegnere Roebling non poteva essere presente nel 1876, giacché morì nel 1869; Leopold nomina Jack lo Squartatore, che però balzò alle cronache solo nel 1888). Possiamo lasciarli al margine di una storia che sa tenerci a guardarla dall’inizio alla fine, attratti dalla bontà dei personaggi e dalle divertenti situazioni che si vengono a creare.

 

Ed è quello che riescono a fare le commedie romantiche ben apparecchiate, specie se la tavola è stata imbandita da un elegante duca sulla terrazza di un grattacielo di Manhattan per una ragazza di cui s’è innamorato. Una ragazza pronta a rinunciare al suo presente per vivere la favola di un tempo senza tempo al trascinante ritmo di un valzer ottocentesco.


Titolo originale: Kate & Leopold.
Anno: 2001.
Regia: James Mangold.
Sceneggiatura: James Mangold, Steven Rogers.
Musiche: Rolfe Kent.
Fotografia: Stuart Dryburgh.
Montaggio: David Brenner.