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Donnie Darko

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L’oscuro enigma che illumina il mondo


C hi è Donnie Darko? Esiste un ordine immutabile? Che cos’è la realtà? Siamo vivi o siamo un sogno sognato? Vibranti questioni nell’opera d’esordio di Richard Kelly: interrogativi per indagare un problema. Problematico, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal), il ragazzo di cui seguiamo il fragile e tortuoso cammino, e il film, che in due ore condensa 28 giorni di vita di una parte di mondo. Donnie Darko sonnambulo, uomo-ombra, principio di schizofrenia. Sin dall’inizio disturbato: ed è il disturbo che ci accompagna nello srotolarsi della pellicola, scorrazzati per le ordinate vie di Middlesex (quale dei tanti?) dalla mente di un ragazzo confuso, malinconicamente appoggiati alle note di popolari canzoni anni Ottanta che segnano il passo.

 

Un film segnico, Donnie Darko. Segni, chiari come cartelli su un frigorifero: Where’s Donnie?Vote DukakisFrank wash here. He went to get beer. Comunque, un film mai sganciato dalla realtà, quella di un Paese prossimo alle elezioni presidenziali: 1988, campagna elettorale fra Michael Dukakis e George Bush, sfida che dai tempi di Kennedy vs Nixon è battaglia combattuta nell’arena televisiva. La superficie liscia dove appaiono personaggi guru della felicità e limpidi mangiasoldi come Jim Cunningham (Patrick Swayze). Un mondo dove conta l’apparenza: salvare la cornice senza accorgersi di perdere il quadro.

Donnie Darko è abbagliato dall’insensatezza di queste situazioni reali e combatte una luce troppo intensa con l’oscurità d’un agire misterioso, quel mistero che già nel suo incipit battesimale denuncia affinità con le tenebre: Donnie Darko. “Donnie Darko, che razza di nome è? Sembra il nome di un supereroe”, gli dice Gretchen (Jena Malone). “Chi ti dice che non lo sia”, risponde Donnie. Come a dire che non possiamo mai sapere chi siamo, che a volte siamo chiamati a compiti più grandi di noi, compiti che vanno fatti.

Prove di una ricerca sul senso della vita nell’incontro/scontro tra Donnie e Frank (James Duval), surreale coniglio gigante. Eroe e alter ego, l’uno che si sdoppia. Un artista, latente anima da scrittore, come rivela a Gretchen. Lo scrittore come parossismo della schizofrenia: deve esserlo per creare, per de-scrivere una realtà che si sovrapponga all’altra, alla “follia prestabilita” di cui parla l’insegnante Karen Pomeroy (Drew Barrymore).

Richard Kelly scrive e dirige una storia che, seguendo il tortuoso e disturbante percorso di Donnie Darko, riesce nell’intento di sospendere il nostro giudizio e invitarci a guardare in profondità.

 

Allora Donnie capisce che “il distruggere fa parte dell’atto creativo”. Ma il potere di creazione va indirizzato: ecco il legame amoroso con Gretchen Ross, tranquillante del suo nevrotico procedere. Donnie Darko, con la sua maschera da coniglio Frank, specchio di un se stesso che ferisce solo per sentire che è ancora vivo. Per scalfire con un puntello surreale le brutture di un’intollerabile realtà, infrangendo il muro della bigotta insegnante Kitty Farmer (Beth Grant), pronta a dividere la linea della vita in due categorie (paura e amore).

Farlo senza usare parole-gomme che cancellino le storture, ma parole-matite per segnalarle, per renderle evidenti. La riscrittura che Donnie fa del mondo è ipnotica, è fonte di sofferenza. Sa che per cambiare ci vuole radicalità, rottura. E il suo tortuoso districarsi fra la gimcana di segni lo porta a scoprire il varco che cambia ogni cosa, lo porta al momento catartico in cui rinuncia a Gretchen e ammazza Frank, consapevole che Donnie Darko è già scheletro.

 

Poi il motore dell’aereo cade nella sua stanza come un gigantesco proiettile che viaggia nel tempo. E uccide il tempo. E uccide lui. Così Donnie Darko salva il mondo, illuminandolo con l’oscurità.


Titolo originale: Donnie Darko.
Anno: 2001.
Regia: Richard Kelly.
Sceneggiatura: Richard Kelly.
Musiche: Michael Andrews.
Fotografia: Steven Poster.
Montaggio: Sam Bauer, Eric Strand.