parallax background

Braccio violento della legge, Il

Amante, L’
6 agosto 2015
Donnie Darko
21 agosto 2015
 

In fuga tra gli echi dello squallore


C ome un pugno che colpisce al buio, la sferzante musica di Don Ellis ci sbatte dentro una storia dai contorni francesi (The French Connection è il titolo originale della pellicola), ma con l’anima sfibrata di una New York anni ’70. Dentro il malaffare della città imbottita di droga e violenza, riflessa senza filtro nello squallore delle sue vie, là dove ci catapulta la frenetica regia di William Friedkin.

 

Sbattuti in un infernale sudicio inverno newyorchese, ci muoviamo insieme ai due detective dell’Antidroga Jimmy “Papà” Doyle (Gene Hackman) e Buddy “Tristezza” Russo (Roy Scheider) fra inquadrature spasmodiche con la camera a spalla, irrequieti piano sequenza, febbrili soggettive che descrivono i pedinamenti dei due alle spalle di quello che ha tutte le carte in regola per essere un grosso caso di traffico di droga dalla Francia agli Stati Uniti.

Un’azione che prende le mosse dal movimentato porto di Marsiglia, dove una elegante Lincoln marrone scuro fa da segreto congegno per attivare l’affare oltreoceano. Ed è proprio un’auto che più di tutto rimane impressa nella memoria dello spettatore, la folle corsa di un’autovettura che a un certo punto Jimmy Doyle requisisce a un privato cittadino per lanciarsi allo sfrenato inseguimento di un treno e di quel cecchino che poco prima aveva tentato di freddarlo: al di sotto dei binari sopraelevati si materializza quella travolgente violenza che sfascia ogni cosa pur di assestare il proprio colpo definitivo, la turbolenza di un uomo come Doyle che fa dell’impeto il proprio credo e l’arma con la quale sfumare i contorni di bene e male.

Ispirato a una vera storia di traffico internazionale di eroina, il film di William Friedkin ci porta con una regia ondeggiante tra i vicoli lividi di una New York quasi senza speranza.

 

E la fredda luce orchestrata dal direttore della fotografia Owen Roizman ha il colore spento di una città che William Friedkin sa mostrarci girando angoli, camminando con i suoi abitanti, inquadrando vetrine, insegne, palazzi, oggetti, comunque sempre schiacciati in una prospettiva a misura d’uomo. Portandoci sul lato livido di una New York quasi senza speranza, con una regia ondeggiante che – supportata dal sincopato montaggio di Jerry Greenberg – apre, chiude, muove, stacca, fugge veloce per inseguire, braccare, avvinghiare quei pezzi di marce esistenze di chi brama denaro e agiatezze e di chi cede allo squallore di una vita drogata.

Eppure nella meschinità che infetta uomini e cose, il rissoso Doyle e il paziente Russo hanno il merito di credere al proprio istinto e alle verità che possono stare nascoste perfino nei pianali di una Lincoln francese. Una coppia guidata da una ferina determinazione, decisa a incastrare l’intermediario Sal Boca (Tony Lo Bianco), il compratore Weinstock (Harold Gray) e il venditore Alain Chernier (Fernando Rey) per una partita di bianco veleno da 32 milioni di dollari.

 

Così ci ritroviamo precipitati nel ritmo accelerato di un film che non risparmia nessuno, che con le vite sballate dei suoi personaggi fa irruzione nella quotidianità di una metropoli gravata da un’atmosfera violenta di ammazzamenti all’ordine del giorno, pedinamenti oscuri, insicurezze che germinano nella povertà, vite gettate ai margini come spazzatura ammucchiata ai crocicchi. Soprattutto di spari: che echeggiano anche oltre i confini della legge – come per l’involontaria (?) uccisione di Mulderig –, che esplodono sopra il lurido avanzo di un’umanità in diuturna fuga da se stessa.


Titolo originale: The French Connection.
Anno: 1971.
Regia: William Friedkin.
Sceneggiatura: Ernest Tidyman (dal libro The French Connection: A True Account of Cops, Narcotics, and International Conspiracy di Robin Moore) .
Musiche: Don Ellis.
Fotografia: Owen Rotzman.
Montaggio: Gerald B. Greenberg.