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Il desiderio confuso di due nudità


I mpossibile slegarsi dal libro che ispira il film di Jean-Jacques Annaud: la storia semi-autobiografica di Marguerite Duras e quel foglio bianco sul quale la stilografica scorre a marchiare gli accadimenti che segnarono per sempre il dischiudersi di una vita da donna. Bianco come la pelle candida di quei quindici anni e mezzo che spiccano nel giallo fluire del Mekong.

 

Il regista francese ci porta nel periodo dell’occupazione coloniale della Francia in Vietnam del Sud, suggerendo la trama del racconto dalle soffici parole di un narratore esterno (nella versione originale la voce è di Jeanne Moreau) che scrive e descrive quelle lontane sensazioni inzuppate dell’umida calura di Saigon, resa con morbide ombreggiature seppia dal direttore della fotografa Robert Fraisse. Una morbidezza assecondata da un ondeggiare sul Mekong, quando un giovane e ricco 30enne cinese (Tony Leung) si avvicina alla perlacea protagonista (Jane March), attratto dalla sua acerba e sorprendente bellezza.

Ed è nell’amplesso delle loro due mani sul sedile della limousine che si racchiude come in guscio protettivo il senso dell’intero film: la scoperta, la paura, il disperato amore, l’accidioso vuoto dell’esistenza. Lì, tra i silenzi rinchiusi entro i finestrini dell’auto, nell’intreccio delle dita di due solitudini così anagraficamente, geograficamente, socialmente distanti si compie l’accidentale unione che asseconda il destino di due corpi.

Il romanzo di Marguerite Duras arriva sullo schermo fra glutei abbrancati, seni baciati e gemiti sillabati, perdendo un po’ del quadro di fragilità e tristezza famigliare che costituiva la vita della protagonista.

 

Corpi eroticamente esibiti all’interno della Casa dello scapolo nel quartiere Chulen di Saigon, lì dove una ragazza perde la sua verginità e un uomo abbandona la propria paura. La paura di non essere nessuno (senza i soldi del padre), quella terrificante fobia che prova a placare con un amore impossibile (egli è destinato a sposare una ricca ragazza cinese in un matrimonio combinato). In quella penombra appena celata al fragore della città, il corpo vellutato di una 15enne (spacciatasi per una 17enne) palpita di desiderio. Ma nulla più. Non vi è amore ricambiato (da lei), vi è soltanto il confuso desiderio del piacere di quei momenti capitati per caso, continuati per passione e condannati ad affondare nei ricordi di un Mekong che incessante trasporta ogni cosa verso l’Oceano.

Una relazione intensa eppur vana, destinata a estinguersi già al suo principio, con due personaggi che non hanno nome, che le parole scritte nei solchi della memoria ricordano soltanto come ‘la giovane ragazza’ e ‘il cinese’. Forse è proprio questo il pregio del film: negli sfiancanti reiterati ansimi di due corpi avvinghiati saper rendere l’inconsistenza di una passione nata morta, una delle tante storie che affollano e la realtà e le nostre lontane geografie erotiche, due esistenze sfilacciate che accadono senza che alcuna traccia rimanga nel tempo.

 

Ma nel passo veloce del tempo cinematografico ahinoi si perdono le sfasature della terribile vita famigliare della ragazza, che nel romanzo danno spessore alla sua paziente tristezza: costretta a vivere nella povertà di una casa abitata da una madre seriosa che perdona tutto alle cattive prepotenze del figlio maggiore e denigra le fragilità del minore; purtroppo nel film essi diventano soltanto piatti accenni al margine di un quadro fatto di glutei abbrancati, seni baciati e palpitazioni adolescenziali. Di gemiti sillabati mollemente da una voce che troppo presto è divenuta adulta, scoprendo troppo tardi che forse poteva amare. Anche là, in quel paese così lontano dal solitario freddo di un’adulta stanza parigina.


Titolo originale: L'amant.
Anno: 1992.
Regia: Jean-Jacques Annaud.
Sceneggiatura: Gérard Brach, Jean-Jacques Annaud (basata sul romanzo breve L'amante di Marguerite Duras).
Musiche: Gabriel Yared.
Fotografia: Robert Fraisse.
Montaggio: Noelie Boisson.