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Cena tra amici

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Mr. Peabody e Sherman
30 giugno 2015
 

Una stanza di corrosive parole


U na voce fuoricampo ci scorta per 100 minuti dentro un amabile, spiritoso, tagliente vicolo cieco: l’Impasse Bertholon. Siamo nel 9° arrondissement di Parigi ed è un Jean-Jacques qualunque a portarci su al quinto piano del “famoso 15 bis”.

La stessa accogliente voce iniziale ci introduce al gioco della commedia, nell’appartamento di Pierre Garroud (Charles Berling), professore di letteratura alla Sorbona e marito dell’insegnante Élisabeth “Babu” Larchet (Valérie Benguigui), amici da una vita del musicista d’orchestra Claude Gatignol (Guillaume de Tonquedec) e da poco tempo di Anna (Judith El Zein), che ha sposato e aspetta un bimbo dall’agente immobiliare Vincent Larchet (Patrick Bruel), fratello di Babu e nostra voce narrante.

 

Una Cena tra amici come mille altre custodite nella culla delle sere parigine, ma che nel perimetro di casa Garraud – tornita di libri come foglie d’acanto sulle colonne corinzie – assume i contorni di una luccicante battaglia discorsiva tutta imperniata attorno a quel Prénom (titolo originale della pellicola) che fa da miccia esplosiva: Adolphe.

Il nome “scelto” da Vincent per il bambino in arrivo e divertente propulsore al precipitare d’ogni cosa: Pierre s’infervora per la terribile assonanza di un nome ormai privato d’ogni diritto ad esistere da Adolf Hitler; Claude cerca di far ragionare Vincent; Babu viene continuamente esclusa dal discorso per il suo andirivieni dalla cucina. La tensione cresce infarcita di battute che si materializzano con genialità e dialoghi che infilzano i vari personaggi con stoccate sopraffini. Fino all’arrivo di Anna e al climax nel quale il lato comico si schianta fragorosamente contro il muro dell’aggressività: è allora che il mattacchione Vincent rivelerà il suo calembour, la sua divertente presa in giro di tutti quanti e l’intenzione in realtà di chiamare il figlio Henry, come suo padre.

Il passaggio dal palcoscenico allo schermo del cinema funziona grazie all’effervescenza di una commedia francese che sa condire contrasti sociali e risate in un mix genialmente esplosivo.

 

De La Patellère e Delaporte sanno ricavare dall’omonima pièce teatrale un copione che tiene bene il tempo del cinema e sa usare i momenti di scomodo silenzio come trampolino di lancio per nuove peripezie verbali, sempre sull’orlo dello scontro eppure stemperato da risate, smorfie e ghigni che ogni volta prendono di mira un personaggio differente. E scivoliamo così da una situazione all’altra come farebbe Il nuotatore di John Cheever passando attraverso tutte le piscine del vicinato prima di tornare nella sua villa.

Nuotiamo con piacere nelle vite dei cinque attori in scena, scoprendone le rispettive debolezze in un gioco di specchi che ad ogni riflesso scatena un vorticante scoppio emotivo, sino al violento Big Bang per la rivelazione di Claude d’essere l’amante della madre di Vincent e Babu; quindi il sarcastico sfogo finale di quest’ultima che porta dentro la stanza tutti i rancori sopiti, senza per ciò svuotarla dei comici frammenti sparsi qua e là.

 

Un clima greve di segreti svelati, battute fulminanti, espressioni sorprendenti che si condensano nell’appartamento del 15 bis dove il solitario Vincent rimane nottetempo come autoproclamatosi Don Chisciotte. Sarà il tempo a riparare i danni di una serata da punto-di-non-ritorno, grazie all’arrivo del pargolo Larchet. O meglio, di un’imprevista pargoletta, che nella sala d’aspetto dell’ospedale ricompone i disaccordi e le incomprensioni. E ci lascia piacevolmente ricordare una Cena tra amici nella quale la dirompente sincerità delle parole è diventata il più sferzante giudice delle diversità altrui. Ma anche il più divertente.


Titolo originale: Le Prénom.
Anno: 2012.
Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte.
Sceneggiatura: Matthieu Delaporte, Alexandre de La Patellière (tratta da una loro commedia teatrale).
Musiche: Jérôme Rebotier.
Fotografia: David Ungaro.
Montaggio: Célia Lafitedupont.