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Midnight in Paris

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I sogni si accendono al buio


P arlano come farebbe un amico i film di Woody Allen: una pacca sulla spalla, una serie di balbettanti incertezze e una verità che avevamo pensato ma non avevamo il coraggio di sentire a voce alta. Fluisce di parole la sua quarantunesima opera, densa di una scrittura che ci porta accanto a personaggi come Fitzgerald, Hemingway, Gertrude Stein (Kathy Bates), T.S. Eliot, Picasso, Dalì (Adrien Brody), Buñuel, Man Ray. Una pletora di miti per il regista newyorchese e per quel suo doppio di cellulosa Gil Pender (Owen Wilson), che ha imparato a conoscerli nell’inchiostro dei libri, che li guarda come fari per il suo sogno di diventare romanziere, che all’improvviso se li trova letteralmente di fronte.

 

Così Midnight in Paris si trasforma nel titolo di una favola che Gil vuole vivere, epifania di un mondo immaginato che diventa realtà al rintocco delle campane di mezzanotte: una vecchia Peugeot sale lungo la strada lastricata della ville lumière e come una carrozza fuori tempo si ferma per far salire il nostro sceneggiatore-Cenerentola e condurlo verso la vagheggiata Parigi anni Venti.

Avviene l’incanto. Gil si trova avvolto da quelle atmosfere che si muovono al magico ritmo di Cole Porter e di un’estasi sorprendente che notte dopo notte diventa più viva del suo presente da uomo del XXI secolo. Mentre la fidanzata Inez (Rachel McAdams), i genitori di lei e gli pseudoamici divengono il triste ricordo di un giorno troppo luminoso, le sue notti parigine lo scorrazzano nei locali dove i coniugi Fitzgerald danno una festa, in un bar a discorrere con Ernest Hemingway, tra i surrealisti rinoceronti di Salvador Dalì, nell’appartamento di Gertrude Stein (per sottoporle la lettura del suo romanzo!) insieme a Pablo Picasso e alla sua più recente amante: Adriana (Marion Cotillard).

Il giovane scrittore Gil si muove nella ville lumière cercando risposte alla sua vita da spaesato e capendo quello che Woody Allen riesce a descrivere con leggerezza: vivere pienamente.

 

Ecco l’incontro che sbilancia definitivamente la vita precostituita dell’americano Gil. Ecco un’altra spaesata come lui, perduta in un tempo che sente non appartenerle, tanto da credere che il miglior periodo sia stata la Belle Époque ottocentesca. E allora un nuovo salto temporale sarà come un sogno dentro un sogno: i due smarriti sognatori salgono su un’altra macchina del tempo, una carrozza a cavalli che li catapulta dentro al mitico Maxim’s e poi al tavolo del Moulin Rouge insieme a Henri de Toulouse-Lautrec, Degas, Gauguin e al loro pensiero che non l’Ottocento ma il Rinascimento sia il presente che vorrebbero abitare.

Ed è in questo momento che Gil diventa realmente scrittore. È qui che il carattere di Allen/Gil lascia andare Adriana e i suoi nostalgici fantasmi di un passato deificato. Qui comprende che non può più guidare la sua vita fissando senza posa quel che scorre nello specchietto retrovisore. Il suo presente è nel XXI secolo, giacché il presente di ogni uomo è nel momento storico in cui ciascuno si ritrova a vivere.

 

Woody Allen ci mette davanti (ancora una volta) alla futilità della vita, e lo fa (ancora una volta) con una commedia delicata e illuminante con la quale dirci sottilmente che c’è un solo modo per eluderne la fine: viverla pienamente. E scegliere. Come infine fa Gil, capendo che cosa vuole: lui vuole Parigi, vuole incontrarne gli angoli come fossero opere d’arte (quelli che Woody Allen al principio del film ci mostra sulle note di Édith Piaf), vuole la semplicità di una passeggiata sotto la pioggia. Perché null’altro importa nella (nuova) notte parigina, se ognuno può incontrare la Gabrielle (Léa Seydoux) del suo domani. E fare della vita il proprio sogno.


Titolo originale: Midnight in Paris.
Anno: 2011.
Regia: Woody Allen.
Sceneggiatura: Woody Allen.
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Fotografia: Darius Khondji.
Montaggio: Alisa Lepselter.