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IL TRONO DI SPADE | L’apoteosi di un viaggio verso il Grande Inverno

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L’apoteosi di un viaggio verso il Grande Inverno


N on conta la meta quanto il cammino che si sta compiendo. È questo che Il trono di spade è arrivato a dirci con somma grandezza in quell’ora finale della quinta stagione. Probabilmente il punto più alto dell’arco che da anni solca il cielo dell’immaginario mondiale, attraente come una freccia infuocata in una buia notte invernale: mentre la osserviamo non sappiamo dove andrà a cadere, ma capiamo tutto del suo chiarore.

 

La serie si mette in pari con il libro e ora tutti (spettatori e lettori) siamo nelle mani di George R.R. Martin e del pool di sceneggiatori della HBO. Tutti scalpitiamo, congetturiamo, crepitiamo nell’attesa di sapere che cosa accadrà dopo. Nonostante la morte di Jon Snow, di quel timido figliastro di Ned Stark divenuto uomo, combattente, condottiero, eroe, martire. Non crediamo che sia morto, non vogliamo che scompaia dal nostro orizzonte di “desideratori di storie”. Ed è giusto che sia così. Allo stesso tempo, la fine (davvero?) del suo personaggio non è che un pezzo del grande viaggio che la decima puntata ci ha fatto percorrere come una summa dell’intera serie.

Non è il solito cliffhanger gettato nel buio della spasmodica attesa, nell’anelante arrampicata verso il prossimo appiglio. Qui siamo in vetta. La penna e il battere dei tasti hanno trovato il perfetto punto di equilibrio con un finale di quinta stagione che s’inserisce magistralmente nel percorso intero del Trono di spade. Una tessera che combacia insieme a tutte le altre, a tutti quei cammini che arrivano ai rispettivi punti di svolta.

 

Ogni cosa va al suo posto, ciascuno segue il proprio destino. Ecco Stannis Baratheon, il re benedetto dalla luce del Signore, l’eletto per voce di Melisandre: eccolo diventare il re maledetto, cavaliere solitario dinanzi alla sua fine. L’orgoglio, la fame di gloria, la sete di vendetta si nascondono sempre nel viluppo della trama e poi sgorgano a fiotti come sangue dai corpi dilaniati. Come l’anima di Meryn Trant rubata con ferocia da Arya, cieca vendicatrice e dimentica della promessa di cancellare la propria identità per servire il Dio dai mille volti.

Quante sono le maschere che tutti indossano, quante le maniere che ciascuno adopera per seguire i propri intenti o quelli di un disegno divino che ha intriso le vicende di questa quinta stagione, sino a manifestarsi nel fanatismo religioso di Approdo del Re, nella prigionia di Cersei e nella sua espiazione lungo la scabra camminata della vergogna. Peccati, punizioni, redenzioni. Tutto viene a galla come olio nell’acqua, tutto si combina perfettamente in un puzzle che vede mutare anche lo stato delle cose di Mereen e della sua regina Daenerys, tornata solo come lo era stata prima di conoscere Khal Drogo.

 

Anche Dorne (con la morte di Myrcella) mostra i propri lineamenti nel campo di battaglia, nell’arena di scontri che in questa puntata finale vivono della straordinaria invisibile forza di un colpo che sta per essere vibrato. Le armi sono ancora nel fodero, eppure mai come prima d’ora si sentono le pulsazioni dell’imminente impatto. Il gelido vento dell’Inverno comincia a soffiare e il volto di Jon Snow che ci guarda morente è solo il principio di un avvincente viaggio che continua.