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L’abbagliante spettacolo delle verità di cartapesta


H a i penetranti lineamenti di Kirk Douglas il volto della società spettacolarizzata, che tutto è disposta a fare per guadagnarsi quei “15 minuti di celebrità” decantati da Andy Warhol e poi divenuti paradigma di un mondo che si rimira nello specchio del successo. Preveggente Billy Wilder, tanto da non incontrare allora i favori della critica, proprio per la sfacciata esibizione di un mondo araldo della mistificazione: quello del giornalismo.

Ed è l’arrogante viso del giornalista Charles Tatum (Kirk Douglas) a saturare le scene in bianco e nero di questo eccelso quadro tratteggiato nel 1951 dal cineasta americano, il quale porta in primo piano l’anima nera del cronista scaricato da tutti i grandi giornali, allontanato per le sue devianze professionali (intransigenza, falsità) e personali (bevitore, donnaiolo), e ora costretto a mendicare un lavoro presso il periferico quotidiano di Albuquerque.

 

L’orgoglio di chi ha conosciuto le luci della ribalta e non accetta la penombra delle quinte, il desiderio di rivincita che assume i violenti connotati della vendetta fanno del Chuck Tatum di Wilder uno dei più vili personaggi della storia del cinema: prepotente, egoista, spietato. Giornalista che sa profittare di un incidentale caso (il saccheggiatore di tombe indiane Leo Minosa rimasto intrappolato dentro una caverna) e sa volgerlo nella sua occasione di riscatto per tornare al tavolo della stampa che conta, sotto i riflettori del mondo intero.

Come uno scafato giocatore di poker, Tatum cava l’asso dalla sua manica: il caso diventa storia, la storia diventa scoop, lo scoop diventa colpo vincente. E lui è il factotum dell’intera partita, il mangiafuoco che tiene i fili dello spettacolo messo in scena nell’arido centro di Escudero, potendo contare anche sulla complicità di uno sceriffo arrivista e di una donna insoddisfatta (la moglie di Leo). Così, là dove c’era soltanto una misera locanda nel bel mezzo del nulla, sorge in breve tempo un luna park di gente che da ogni parte accorre per assistere al salvataggio di Leo Minosa; un intervento di soccorso surrettiziamente protratto da Tatum per aumentare il volume di una storia sulla quale ha posto il marchio della sua esclusiva.

La lungimiranza di Billy Wilder sa cogliere e dare corpo, grazie a Kirk Douglas e al mondo giornalistico, la pericolosa deriva della società verso la spettacolarizzazione della vita.

 

Le scure musiche di Hugo Friedhofer non fanno che acuire l’eco di soverchiante oppressione che il reporter esercita su tutti, sino a piegare la volontà di fuga della moglie di Leo (Jan Starling) e costringerla nel suo finto marchingegno di cartapesta, salvo però da questa essere ferito prima del tragico epilogo. Infatti, non tutto va secondo i suoi piani, perché Leo (Richard Benedict), nella polvere della frana che lo imprigiona, agonizza per la sopraggiunta polmonite; la perforatrice cerca di raggiungerlo, il tempo fugge via veloce e con esso anche la sua vita.

L’uomo che doveva essere salvato è morto: “Leo Minosa è morto”, grida Chuck Tatum dall’alto della montagna: lo grida al pubblico assiepato nella distesa polverosa, lo urla ai giornalisti venuti da tutto il Paese per seguire la storia, lo fa rimbombare dentro se stesso come a pentirsi in extremis della sua meschina architettura.

 

Ma ormai è troppo tardi: la tragedia s’è compiuta. E il suo volto deformato dall’alcool nell’ultima inquadratura, riverso a terra nella redazione del piccolo quotidiano locale, è il lato oscuro dello spettacolo. Il deserto emotivo di uno spettacolo voluto a tutti i costi e di una società abbagliata dall’effimero, che rincorre gli sfavillii del superfluo e non sa più riconoscere la bontà del vero.


Titolo originale: Ace in the Hole.
Anno: 1951.
Regia: Billy Wilder.
Sceneggiatura: Billy Wilder, Lesser Samuels, Walter Newman.
Musiche: Hugo Friedhofer.
Fotografia: Charles Lang.
Montaggio: Arthur P. Schmidt.