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Babel

Samaritana, La
24 novembre 2014
 

Un mosaico di vite disperse


N ella malinconica melodia dell’incomprensibilità tracciata da Alejandro González Iñarritu ognuno è sordo alle voci dell’altro, che sia prossimo o lontano. Non capirsi, non comprendersi: piomba su di noi già dal titolo (Babel) questo precipitato biblico. Un disperdersi moderno nella terrena babele d’incomprensioni e ostacoli che gli uomini pongono sulla strada della reciproca convivenza.

Babel rappresenta la tragedia del mondo secondo la partitura del dolore. Ricongiunzione di storie disperse nello spazio, ma intimamente collegate nel tempo. Il montaggio alternato è condizione quasi necessaria al racconto di frammenti (inconsapevoli) d’un medesimo grande specchio, dove il tempo va in pezzi come riflesso di quello interiore, della memoria, che nella nostra testa si sfalda in immagini sovrapposte e indistinguibili.

 

Immagine, la nostra lingua comune. Potremmo guardare il film senza capire nemmeno una delle lingue parlate e nonostante ciò entrare nell’animo dei personaggi, in movimento su un fondale di questioni (terrorismo, controllo, tolleranza).

Come vagoni spezzati che viaggiano su binari diversi, assistiamo allo scorrere di quattro storie, locomotiva trainante il matrimonio in crisi di Richard Jones (Brad Pitt) e sua moglie Susan (Cate Blanchett). Territorio incidentale dell’intricato puzzle è il Marocco: il mondo sembra rinchiudersi nel minuscolo villaggio di Tazarine, dove si materializza la paura dell’estraneo. Gli abitanti guardati con diffidenza dai turisti, presenze provvisorie giunte per vedere terre lontane, ma senza volerle realmente guardare; perché questa è un po’ la condizione del viaggiatore: non compromettersi mai, restare escluso dai luoghi che percorre, pur occupandoli. E al contempo la loro insensibilità, i di fare una cosa soltanto: andarsene, abbandonare.

Il montaggio alternato di Babel è condizione necessaria per una storia fatta di frammenti (inconsapevoli) d’essere parte di un medesimo specchio che va in frantumi.

 

Così, nella stanzetta misera di Tazarine si condensa il dolore di un uomo e una donna, ma è un dolore che partorisce amore, il riannodarsi di un legame coniugale nella lacerazione della tragedia: un proiettile ha colpito Susan e ora la sta dissanguando, ed è come se tutto il film fosse attraversato da quel proiettile, dal colpo di fucile sparato per gioco da due bambini. Quelli di una povera e umile famiglia di pastori nel deserto marocchino: e nella polvere da sparo esplosa dal fucile l’alone nero di un sempre vivo sospetto del terrorismo.

Dalla polvere silenziosa del deserto marocchino alla polvere assordante di un Messico caotico, Paese che si contenta di poco, di balli e musiche e sorrisi, ma sempre cova nascosto (qui nella figura dell’irruento Santiago/Gaél Garcia Bernal) il rancore per il gringo e l‘ordine costituito, sollevando così in cupe volute un altro problema: quello della frontiera tra Usa e Messico, di due mondi che si guardano a muso duro dai tempi di Alamo. Un matrimonio latinoamericano coniugato nella figura della tata Amelia (Adriana Barraza) e poi diventato divorzio irrevocabile: Amelia espulsa per sempre dagli Stati Uniti d’America, dove ha vissuto per sedici anni. Non c’è più posto per lei, chi sbaglia paga e il perdono non è contemplato.

 

Il proiettile si fionda a Tokyo, dove si compongono le tessere disordinate di una vita da adolescente, vita anormale di una ragazza sordomuta, in conflitto con il padre vedovo. Di una ragazza che si sente distante da tutti, e vorrebbe soltanto uniformarsi per esistere. Storie che s’incastrano in un babelico mosaico, in un insieme dove ogni cosa è saldata dalla colonna sonora di Gustavo Santaolalla: reticolo di note che cala sulle immagini con la voce del monito, di una musica che ci sprofonda nella malinconia degli errori umani, diventando il grimaldello per il cambiamento. E nelle luci della città che si allontana lasciamo queste vite cicatrizzate che serbano la ferita del medesimo proiettile.


Titolo originale: Babel.
Anno: 2006.
Regia: Alejandro González Iñarritu.
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga.
Musiche: Gustavo Santaolalla.
Fotografia: Rodrigo Prieto.
Montaggio: Douglas Crise, Stephen Mirrione.